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Sono sempre stata un’appassionata di cinema. Quand’ero piccola, mio fratello era solito registrare su videocassetta i film che davano in TV e ogni giorno in sala c’era sempre un film nel videoregistratore in sottofondo.
Avevamo un angolo dedicato alle centinaia di videocassette che man mano si andavano ad accumulare e a volte passavo ore lì di fronte prima di scegliere la pellicola da gustarmi.
Alcuni film erano del tutto consumati per le numerose visioni mie o di mio fratello, conosco a memoria le regole di Jumanji tanto che mi sembra di averci giocato personalmente, ho gridato innumerevoli volte il motto dei Goonies insieme a Miki nella scena infondo al pozzo. Ho sperato che Phil la marmotta vedesse la propria ombra in Ricomincio da capo, cantato insieme a Jack il suo lamento in mezzo alla desolazione della città di Halloween e visto i fantasmi del passato, presente e futuro insieme a Frank Cross in SOS Fantasmi. In questo mare di storie e avventure, non sono mai mancati i musical e soprattutto uno un particolare: The Rocky Horror Picture Show.
Ricordo che ne rimanevo totalmente affascinata ad ogni visione. Difficile dire quale personaggio mi piacesse di più, c’era Columbia che dava un tocco romantico a quel gruppo di stralunati, Eddie il quale anche se aveva pochi minuti di gloria mi dava una carica incredibile con quel rock vecchio stile. E poi c’era lui, Frank.   RHPS-RW1C2-FrankTattooL
Ho sempre considerato Frank-N- Furter un personaggio decisamente magnetico.  Un uomo sexy anche con le calze a rete, una camminata impavida su zeppe decorate con brillantini vistosi, labbra rosso sangue divenute il simbolo identificato del film negli anni ed una voce melodicamente possente.
Ognuno di questi film mi ha lasciato qualcosa ed ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi, ciò grazie anche al Rocky Horror.
A quel Don’t dream it, be it.
Mio fratello mi ha sempre raccontato di quando da ragazzo andava tutti i giorni con i suoi amici al Teatro Mexico ad assistere allo spettacolo dal vivo .
Ecco, quindi, che il mese scorso è balenata l’idea, ci siamo guardati ed in coro abbiamo esclamato: Let’s do the time warp again… 42 anni dopo, a teatro!
Inutile nascondere l’emozione, la fama del Teatro Mexico è nota per chi conosce bene il Rocky Horror; ma pian piano ha lasciato spazio ad una sensazione diversa: timore.
Il Mexico ha portato in scena lo spettacolo per ben 37 anni e tra un’edizione e l’altra di tempo ne è trascorso. Le probabilità che lo spettacolo fosse “invecchiato male” erano decisamente alte, ma la curiosità e la nostalgia mi hanno portata a rischiare.
La cosa bella che è sempre trapelata dai ricordi di mio fratello parlando dei suoi pomeriggi adolescenziali al Mexico, era l’atmosfera famigliare da salotto e dopo aver assistito di persona, posso affermare che sicuramente questo aspetto non è cambiato.
L’affluenza incredibile nonostante gli anni trascorsi, tutti in fila insieme e come una grande famiglia uniti da indumenti o make up ispirati agli outfit decisamente osè del pianeta Transexual. C’è chi era al Mexico per la prima volta, scherzosamente soprannominati dalle maschere verginelli e chi invece, come mio fratello, che tornava a far visita ad un vecchio amico.
RHPS-HotPatootieE la forza dello spettacolo, forse, è tutta lì. Puntare all’aspetto casereccio, come il distribuire diversi gadget per dar modo al pubblico di interagire con lo show: dal riso da lanciare durante la prima scena con Brad e Janet che escono dal matrimonio di amici, al giornale per coprirsi la testa nella scena in cui Brad e Janet si avventurano sotto il temporale per andare a chiedere aiuto al castello di Frank e alle trombette da suonare durante il Time Warp. Insomma, uno spettacolo davvero alla mano e decisamente interattivo; forse non adatto a chi non si sente a proprio agio nel dar libero sfogo alla propria promiscuità.
E proprio come Manzoni dà le proprie opinioni e commenta le vicende di Renzo e Lucia, gli attori spesso intervengono da dietro le quinte facendo battute (spesso spinte) sugli abbigliamenti presenti in scena o sugli stessi personaggi, il tutto con il film proiettato sullo schermo che sovrasta il fondo del palco.
Forse è proprio questo l’unico dettaglio che ha stonato in tutta la serata, racchiuso in un’unica “battuta” fatta ai microfoni da una delle attrici da dietro le quinte.
Per chi conosce il film, sa quanto sia Janet che Brad siano entrambi infedeli l’una nei confronti dell’altro; ma nonostante ciò durante i commenti degli attori solamente Janet si è beccata l’insulto di adultera (decisamente in maniera più volgare). E Brad?
C’è da considerare che nel film i due protagonisti rispecchiano lo stereotipo di13769034395883158102_610_407shar_s_c1.png americani borghesi devoti a casa e chiesa. Il film sprona, però, il pubblico puritano dell’epoca a lasciar andare ogni inibizione e a non giudicare mai per le scelte personali di qualcuno (soprattutto quelle sessuali), quindi fa “sorridere” come, nonostante siano passati 42 anni dall’uscita della pellicola, al Teatro Mexico siano rimasti ancorati a giudizi bigotti tipici degli anni ’70 giudicando solamente Janet come donna facile e non proferendo parola su Brad.
Oltre ai commenti “da salotto” che caratterizzano lo spettacolo, un’altra particolarità differente da altri musical a teatro, è il playback perenne per tutta la durata dello spettacolo. Gli attori sul palco sfruttano le voci originali sia durante le parti cantate che durante i dialoghi, incitando il pubblico a partecipare quando richiesto.
Per quanto riguarda le interpretazioni, ruba decisamente la scena, inutile a dirlo, l’attore che interpreta Frank-N-Furter: muscoli scolpiti racchiusi in un corsetto colmo di paillettes e un fondo schiena del tutto scoperto lasciando libera immaginazione alle donne più focose in sala.
Nonostante gli anni, le canzoni sono ancora un must e al Mexico hanno saputo valorizzarle, facendo partecipare il pubblico al ballo del Time Warp o facendo girare l’attore che impersonifica il ruolo di Eddie con un monopattino in sala al posto della motocicletta usata da Metaloaf nel film durante Hot Patootie, a mio parere la canzone più bella di tutto il film.
In conclusione, il mio timore iniziale non ha annientato l’emozione. Se devo parlare onestamente, forse l’idea che mi ero fatta in questi anni dello spettacolo targato Mexico era diversa e l’impatto è stato decisamente forte; ma riflettendoci meglio non poteva essere altrimenti, in fin dei conti è pur sempre il Rocky Horror.
Non lo consiglio ai meno audaci, ma ai nostalgici, ai trasgressivi, dico solo… Non sognatelo, siatelo.

 

voto: 4

PluffaCalderone

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Sono state concesse solamente tre date al cinema a Loving Vincent, film d’animazione britannico-polacco. Nonostante il poco tempo messo a disposizione, il pubblico ha comunque premiato questo capolavoro, il quale ha spodestato Balde Runner al Box Office in sole tre giornate.
Dare una definizione al film, può risultare complicato. Possiamo considerarlo un docu-romanzo o anche un Biopic, in quanto cerca di ricostruire in modo romanzato i tragici eventi che hanno composto le ultime settimane di vita del pittore, tenendo in considerazione questo aspetto può essere considerato anche come un film divulgativo.
Per chi avrà visto la pellicola, si sarà reso conto però che il film man mano prende sempre più le sembianze di un giallo d’inchiesta, con l’ostinazione del giovane Armand Roulin nel voler portare alla luce le motivazioni del suicidio di Van Gogh.
Forse come si voglia definire il film in fin dei conti non ha importanza, in quanto Dorota Kobiela e Hugh Welchman hanno reso possibile l’inimmaginabile, contribuendo a rendere reali i personaggi e soprattutto i sentimenti di uno dei più grandi pittori che sia mai esistito. Lo stesso Van Gogh dichiarò Voglio toccare il cuore della gente con la mia arte. Voglio che dicano: sente profondamente, sente con tenerezza” e con Loving Vincent oggi questo suo desiderio è realtà.
La pellicola in origine nasce come cortometraggio e solamente grazie ai finanziamenti avvenuti tramite crowdfunding si trasforma in un film che vuole analizzare gli avvenimenti che portarono Van Gogh a compiere il gesto più estremo e disperato.
E quale modo migliore di raccontare Van Gogh se non dando vita ai personaggi e ai luoghi che popolano i suoi dipinti? Infatti, l’esclusività che rende il film una vera opera d’arte, consiste in 65mila dipinti per 900 inquadrature ispirate a quadri del pittore, realizzati da un team di 125 artisti provenienti da varie parti del mondo.
Un lavoro di massima precisione, che ha richiesto la ripresa dei primi 95 minuti del film in Live Action e una successiva revisione dei fotogrammi da parte degli artisti selezionati, al fine di realizzare la versione proiettata nelle sale cinematografiche, con l’effetto dipinto a olio. «Abbiamo scelto di operare così – spiega Kobiela in un’intervista a Cineuropa – perché lo stesso Vincent dipingeva sempre dal vivo».
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Ogni minimo particolare è un tocco d’arte, un omaggio alla persona che fu Vincent Van Gogh, aspetto riconducibile anche al titolo. Loving Vincent può avere numerosi chiavi di lettura, da “amando Vincent” o “amato Vincent” sottolineando così l’amore del mondo verso il pittore. Ma mi piace pensare che sia collegato ad una traduzione ben specifica:
“Con amore, Vincent” la consueta frase che Van Gogh utilizzava nella chiusura delle lettere che quotidianamente spediva al fratello Theo Van Gogh, morto sei mesi dopo la scomparsa dello stesso Vincent. Un titolo dietro al quale si cela un mondo lontano e quasi intangibile, una sorta di dichiarazione d’amore che solamente pochi possono comprendere e emozionarsi alla sola lettura.
La storia, come detto precedentemente, è focalizzata sulle ultime settimane di vita del pittore. Armand Roulin, figlio del postino Joseph Roulin, viene incaricato dal padre di recapitare l’ultima lettera scritta da Van Gogh al fratello Theo.
Nonostante Armand non nutra interesse o stima nei confronti di quel pazzo pittore, parte alla volta di Auvers, dove verrà a conoscenza della morte di Theo.

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E’ in questo momento, quando Armand si pone il quesito di chi sia la persona più adatta a cui lasciare la lettera, che la storia assume quasi i toni di un film giallo dove il giovane Roulin, come se vestisse i panni di un detective, cerca di indagare sul decesso del pittore e se sia stato realmente un suicidio. Van Gogh, sei settimane prima l’estremo gesto, dichiarò di aver raggiunto la tranquillità tanto agognata… perché suicidarsi quindi?
E’ più plausibile, a fronte della sua dichiarazione, che qualcuno che lo ritenesse scomodo lo avesse tolto di mezzo, magari a causa di qualche screzio. Possibile?
Da qui si può notare quanto i personaggi, soprattutto Armand, non siano dinamici solamente in quanto divenuti reali grazie al team di artisti scelti: il giovane Roulin da parte totalmente disinteressata ai fatti e scettico nel riconoscere in Van Gogh un animo sensibile e un vero artista, cresce con il procedere delle sue indagini mutando le opinioni avute in precedenza sul pittore e prendendo a cuore le motivazioni che aleggiano attorno alla sua morte. Da qui la dinamicità che collega arte e sentimento.
La bellezza creata da Dorota Kobiela, oltre che visiva e alla scelta di un soundtrack emozionante (Starry Starry Night di Lianne La Havas), sta nella ricerca dei particolari. Infatti, Armand Roulin e tutti i personaggi dai quali egli si reca per indagare, sono realmente esistiti e tutti vengono introdotti in scena nella stessa posa in cui lo stesso Van Gogh li dipinse; da Adeline Ravoux al dottor Gachet.

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Se con il procedere della storia rimaniamo incantati dall’animazione ad olio dei paesaggi e personaggi, l’incanto fa spazio anche all’angoscia e alla malinconia durante i flash back portati in scena dalle testimonianze raccolte da Armand Roulin.
Per queste sequenze, Kobiela e Welchman decidono di optare per la tecnica rotoscopica, utilizzata principalmente con i cartoni animati, in cui le figure umane risultano realistiche in quanto “ricalcate” sui fotogrammi girati durante il live action.
«Sono i momenti e gli avvenimenti – spiega ancora Dorota Kobiela – che Van Gogh non ha dipinto e quindi coerentemente il film non ce li mostra attraverso il suo sguardo colorato.»
Ho visto Loving Vincent tre giorni fa, ma ancora oggi sento le sensazioni che mi ha provocato e che il tempo difficilmente riuscirà a cancellare; l’ammirazione che ho nei confronti di quest’uomo cresce sempre più man mano che aggiungo particolari documentandomi sulla sua vita.
Ho trovato importante come il film si focalizzi principalmente su Vincent come persona, com’era visto dai cittadini e colleghi pittori a lui contemporanei e su come l’arte fosse un’estensione della sua anima. Si concentra su come questo suo rapporto con la pittura fosse totalmente incompreso dalle persone e su come venne additato come pazzo per via di questa incomprensione.
E’ un omaggio all’arte e allo stesso Van Gogh, un film che scala decisamente la mia personale classifica cinematografica. Un’opera d’arte e a mio parere l’omaggio più significativo dedicato a un uomo che finalmente è compreso e amato, la cui arte sarà immortale.
Le giornate al cinema dedicate a questa pellicola, ormai sono terminate ma semmai (e prego vivamente di sì) ne faranno un DVD vi invito a reperirlo il prima possibile.
Lo dobbiamo a quello strano uomo che ancora oggi ci fa sognare con la sua arte e con il suo amore per la vita.

voto: 5

Loving,
Pluffa

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Starry Starry Night – Lianne La Havas

Now I understand
what you tried to say to mevincent-robert-glyaczk-in-colour

how you suffered for your sanity
how you tried to set them free
they would not listen they did not know how perhaps they’ll listen now

For they could not love you
but still your love was true
and when no hope was left in sight
on that starry, starry night
you took your life as lovers often do
but I could have told you Vincent
this world was never meant for one as
beautiful as you

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Ricordi la pubblicità televisiva che guardavamo a Lagos, dove un uomo fa da mangiare e sua moglie lo applaude? Il vero progresso ci sarà quando lei non applaudirà lui, ma reagirà al cibo in sé – può approvare il cibo o non approvarlo, proprio come lui può fare col cibo preparato da lei, ma la cosa sessista è che lei batte le mani al fatto che lui si sia messo a cucinare, approvazione che sottintende che il far da mangiare sia un’attività prettamente femminile.

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Prima di procedere con la recensione di una delle opere che mi ha colpita maggiormente in questo 2017, trovo doveroso fare una precisazioni: questo articolo non sarà una recensione.
Per chi conosce le opere di Chimamanda Ngozi Adiche, sa perfettamente che Cara Ijeawele, prima di essere edito da Einaudi, nacque sotto forma di lettera scritta dalla stessa Adichie e indirizzata ad una amica neo mamma, rivoltasi a lei in cerca di consigli per crescere una bambina femminista. A fronte di ciò, trovo impossibile se non addirittura scorretto “recensire” una lista di consigli, nati dalle idee e convinzioni di una persona. Quindi, in questo articolo ci saranno quattro chiacchiere su determinati consigli che mi hanno fatto riflettere particolarmente.
Gradirei, però, aprire il discorso con la definizione di due termini dei quali oggi ancora si fraintende il reale significato.

 

MASCHILISMO: Il maschilismo è una forma di sessismo, basata sulla presunta superiorità dell’uomo nei confronti della donna.

FEMMINISMO: la posizione o atteggiamento di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano state e siano tuttora, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate.

 

Già da inizio anno si era alzato un grande alone di interesse nei confronti di Chimamanda Ngozie Adichie, scrittrice nigeriana di etnina Igbo vincitrice di 15 premi letterari, divenuta famosa per un discorso tenuto per TEDxEuston, dal titolo We should all be feminists pubblicato poi in formato cartaceo da Einaudi.
Ha avuto, inoltre, una nomination perfino ai Grammy per essere stata citata da Beyoncé in un brano della cantate, dal titolo Flawless.
Di recente, Cara Ijeawele ovvero quindi consigli per crescere una bambina femminista è entrato a far parte della mia libreria ed è senza ombra di dubbio una delle letture che più mi ha spinta a riflettere su un argomento che mai come al giorno d’oggi è stato così delicato.
Mi ha portato a pensare alla realtà in cui le donne nigeriane si trovano a vivere quotidianamente, ritenuta anche il più delle volte “normalità” e a come la quotidianità della nostra parte di mondo non sia poi così differente sotto certi aspetti; portandomi ad una conclusione: questa non può essere normalità.
Vorrei, quindi, condividere i consigli o le riflessioni avanzate da Chimamanda che mi hanno colpita maggiormente e dei quali cercherò sinceramente di fare tesoro.

 

22494545_10214410645281266_509724398_o.jpgSecondo consiglio: Fatelo insieme.
[…] Per favore non ragionare in termini di aiuto. Prendendosi cura di sua figlia, Chudi non ti sta «aiutando». Fa quello che deve. Quando diciamo che i padri «aiutano», diamo a intendere che accudire i figli è un territorio materno. Non è così.
[…]Chudi non merita alcuna gratitudine o lode speciale, e del resto neanche tu: avete fatto entrambi la scelta di mettere al mondo una figlia, e la responsabilità di quella scelta ricade equamente su entrambi.

 

E solamente con alcune righe del secondo consiglio, avevo già compreso quanto quest’opera fosse importante. Molto spesso, leggendo determinati passaggi, mi ritrovavo ad annuire, quasi come se Chimamanda stesse parlando con me e io annuendo le dimostrassi la mia totale approvazione alle sue parole.
Questo particolare passaggio mi ha colpita, spesso mi è capitato di sentire l’associazione marito+aiuto parlando di gestione delle faccende domestiche o accudimento figli; magari al lavoro tra colleghi o tra i cugini più grandi.
Penso sia un aspetto che ormai nella nostra cultura venga considerato normale, magari viene anche detto senza alcuna malizia… il marito che aiuta la moglie, quasi come fosse un cavaliere venuto in soccorso della donzella sommersa dai troppi piatti sporchi in cucina e panni da stendere.
E’ tutto lì, in quel “non merita alcuna gratitudine o lode speciale, e del resto neanche tu” la base della riflessione. Ne l’uomo e tanto meno la donna hanno bisogno di premiazioni speciali per aver svolto determinate faccende domestiche, non è importante chi lo fa meglio, ma farlo e condividere… insieme. Nessuno è più genitore dell’altro o il componente famigliare con più importanza.
La normalità al giorno d’oggi dovrebbe essere percepita in modo differente: essere sullo stesso livello e condividere gioie e doveri, d’altronde non vi è alcuna costrizione nell’intraprendere una convivenza.

 

E’ buffo, come possono essere buffe le cose tristi, che ci ritroviamo ancora a parlare della cucina come un indice per stabilire la «sposabilità» di una donna.
Il saper cucinare non è preinstallato in vagina. L’arte culinaria si impara.
Far da mangiare è una competenza che in teoria sia gli uomini sia le donne dovrebbero avere nella vita.

 

Terzo consiglio: Spiegale che l’idea di ruoli di genere è una grande sciocchezza.
[…] Ho dato un’occhiata al reparto giocattoli, anche quello organizzato per genere.
I giocattoli per i ragazzi sono perlopiù attivi, e prevedono un’azione di qualche tipo, mentre i giocattoli per le bambine sono in genere passivi. Non mi ero mai resa conto della precocità con cui la società comincia a plasmare l’idea di quel che dev’essere un maschio e quel che dev’essere una femmina.
Vorrei che i giocattoli fossero organizzati in base al tipo e non in base al sesso.

Mia madre una volta mi raccontò di quando mio fratello maggiore, all’età di quattro o cinque al massimo, chiese di avere un Cicciobello. Un po’ scherzosamente, un po’ con del fondo di timore, si fecero battutine sul fatto che mio fratello volesse un gioco tipicamente femminile. Le bambine vengono giudicate bene se giocano a fare le mamme… perché un bambino dev’essere giudicato male se vuole giocare a fare il papà?
Trovo paradossale come padri e madri possano considerare sbagliato un gioco simile per un maschio, ma come poi determinate donne adulte adorino gli uomini che desiderano ardentemente diventare padri… non trovate che ci sia qualcosa di poco chiaro?
Le due cose dovrebbero escludersi a priori seguendo il primo ragionamento, invece l’istinto tende ad eliminarlo piuttosto che alimentarlo.
E’ vero come la società cerchi di definirti come individuo già dalla tenera età, ma è anche vero che a volte è anche la cultura di chi ci circonda ad avere un grande peso sulla bilancia. Nonni, zii, genitori, amici a volte sono determinanti anche nel voler “imporre” determinati giochi; quegli stessi giochi che se lasciati liberi di essere sperimentati potrebbero aprire infinite porte verso il futuro. Per citare Chimamanda “[…] Oggi mi chiedo se quella bambina non sarebbe diventata un rivoluzionario ingegnere se solo avesse avuto la possibilità di esplorare quell’elicottero.”

 

Ancora più problematica è l’idea, nel Femminismo Light, che gli uomini sono per natura superiori ma che ci si aspetta da loro che «trattino bene le donne».
No. No. No. Alla base del benessere di una donna dev’esserci ben altro che la benevolenza maschile.

 

Quarto consiglio: Guardati dai pericoli di quello che chiamano «Femminismo Light». […] Il Femminismo Light usa il linguaggio del «permesso». Theresa May è il primo ministro britannico, ed ecco come un giornale progressista inglese ne descrive il marito: «Philip May è noto negli ambienti politici come l’uomo che si è seduto in disparte permettendo alla moglie, Theresa, di rifulgere». Permettendo.
[…] Se fosse Philip May il primo ministro, forse di lui direbbero che la moglie lo ha «sostenuto» discretamente, o che lo «spalleggiava», o che è «rimasta al suo fianco», ma a nessuno verrebbe in mente di dire che ha «permesso» a lui di rifulgere.
[…] Ma ecco la verità: il nostro mondo è pieno di uomini e donne a cui non piacciono le donne di potere.
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Prima di leggere l’opera di Chimamanda, non avevo mai sentito il termine Femminismo Light e ne sono rimasta decisamente colpita. Ho voluto riportare questo determinato passaggio, in quanto il termine “permettere” ormai si utilizza quasi inconsciamente, senza comprenderne il reale significato e gravità.
Se ci pensate, si usa spesso anche in ambiti del tutto frivoli come ad esempio il vestiario. Ogni volta che faccio compere, c’è sempre qualcuno che guardando uno dei nuovi capi che sto indossando mi chiede “Ma al tuo ragazzo piace?” o “Ma approva questo vestito?” magari sotto forma di battuta e anche senza reale malizia… ma resta il fatto che la domanda non dovrebbe di partenza essere posta, perché è indubbio che non ci sono problemi per la persona che mi ama e anche se ci fossero non mi priverebbe della libertà di indossare determinati capi, ma esprimerebbe solo un parere sincero e personale.
Di fatto ad essere pericolose sono proprio le donne maschiliste… donne sostenitrici della superiorità dell’uomo e trovando giusto il rimanere a casa per accudire i figli e che giudicano le donne contrarie a questo stile di vita. Le trovo estremamente pericolose.

 

La gente, all’occorrenza, usa il termine «tradizione» per giustificare
qualunque cosa.

 

Decimo consiglio: Sii determinata nell’affrontare la questione del suo aspetto fisico.
[…] Purtroppo le donne hanno imparato a vergognarsi e scusarsi per gli interessi considerati tradizionalmente femminili, come la moda o il trucco. Ma la nostra società non si aspetta che gli uomini si vergognino degli interessi considerati generalmente maschili, come auto sportive o certi sport agonistici. […] Un uomo ben vestito non si preoccupa del fatto che la sua eleganza possa far nascere riserve sulla sua intelligenza, la sua competenza o la sua serietà. Una donna, al contrario, è sempre consapevole del fatto che un rossetto brillante o un vestito ben scelto può dare agli altri un’impressione di frivolezza.

Vorrei concludere con questo passaggio del decimo consiglio, il quale mi ha fatto ripensare ad un episodio collegato con una famosa attrice considerata tra le più interessate all’argomento femminismo e tra le più attive: Emma Watson.
A marzo di quest’anno, intorno all’attrice è scoppiato un polverone innalzato dalle “femministe” britanniche per via di un servizio fotografico realizzato in previsione del lancio del film La bella e la bestia, in cui vi è una Emma Watson in topless.
La foto è chiaramente artistica, nessun nudo integrale ma un’immagine pulita che lascia allo spettatore quella sensazione di vedo-non vedo, ma nonostante ciò la foto ha scatenato l’ira di donne che hanno iniziato a giudicare ipocrita il comportamento dell’attrice. Emma Watson è nota per la lotta a favore delle parità tra sessi, famoso è il suo discorso sul femminismo alle Nazioni Unite e il suo contributo per il lancio della campagna per l’uguaglianza dei generi chiamata HEforShe, volta a sostenere le donne per ottenere parità, ma anche a sostenere gli uomini che troppo spesso sono costretti a rientrare determinati stereotipi ormai parte integrante della società.
Fatte tutte le doverose premesse, la domanda sorge spontanea: perché giudicare la Watson per una foto in topless?
La rende meno interessata alla lotta per la parità dei diritti? Nonostante l’incredibile impegno, la rende più frivola o ipocrita? No. L’utilizzo che decide di fare del suo corpo non la rende meno credibile o meno valido il suo impegno e se questo è quello che una donna pensa guardando lo scatto fotografico della Watson, allora quella donna non è femminista come magari crede e sostiene, ma bensì è maschilista.

 

Molte culture e religioni tengono sotto controllo il corpo delle donne in un modo o nell’altro. Se la scusa per controllare il corpo delle donne riguardasse le donne stesse, allora sarebbe comprensibile. Se per esempio la ragione fosse: «Le donne non dovrebbero portare le minigonne perché si espongono al rischio di tumori».
Invece la ragione non riguarda le donne, ma gli uomini. Trovo tutto questo profondamente disumanizzante, perché riduce le donne a semplici puntelli per gestire gli appetiti degli uomini.

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Per concludere l’articolo, ci terrei molto anche a segnalarvi una Youtuber che pubblica video dedicati alla parità di ogni genere, non solo sul femminismo. Per chi è interessato alle tematiche, passi a guardare il canale di Cimdrp! La sua rubrica “Parità in pillole” approfondisce tematiche troppo spesso trascurate dai media o a volte fraintese.
Ho voluto argomentare i passaggi che mi hanno fatto riflettere maggiormente, ma ciò non esclude che l’opera sia imprescindibile nella sua interezza, ecco perché DEVE essere letta completamente, cosa che non occupa troppo tempo dato che raggiunge le 88 pagine.

voto:5

PluffaCalderone

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Titolo: 
Cara Ijeawele ovvero quindici consigli per crescere una bambina femminista
Autore: 
Chimamanda Ngozie Adichie
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 88
Prezzo: 15,00 euro
Trama: Cosa significa essere femminista oggi? Per prima cosa reclamare la propria importanza, di individuo e di donna insieme; reclamare il diritto all’uguaglianza senza se e senza ma. E cosa significa essere una madre femminista? Non smettere di essere una donna, una professionista, una persona, e condividere alla pari la responsabilità con il proprio compagno. Mostrare a una figlia le trappole tese da chi la vuole ingabbiare per mezzo della violenza, fisica o psicologica, in un ruolo predefinito, e spiegarle che quel ruolo non ha nessun valore reale e che potrà scegliere di essere ciò che vorrà. Farle capire che la sua dignità non dipende dallo sguardo e dal giudizio degli altri e che la sua realizzazione non dipenderà dal compiacere quello sguardo. E significa soprattutto insegnarle che l’amore è la cosa più importante, ma che bisogna anche capire quando è il caso di battersi contro l’ingiustizia.
Adichie ha scritto un intenso pamphlet sotto forma di lettera, con uno sguardo confidenziale eppure politico. La sua voce, che sa essere intima e allo stesso tempo universale, ha saputo dare vita a un manifesto necessario in un presente in cui dobbiamo imparare a vivere la differenza per poterci ancora dire umani.

L’autore

chimamandanew-colour-lst036235Chimamanda Ngozi Adichie è nata ad Abba, in Nigeria, nel 1977 ed è cresciuta nella città universitaria di Nsukka. Là ha completato il primo ciclo di studi, poi proseguiti negli Stati Uniti. Già vincitrice di importanti premi con L’ibisco viola e Metà di un sole giallo (il Commonwealth Writers’ Prize for Best First Book 2005, il primo, e l’Orange Broadband Prize 2007 e il Premio internazionale Nonino 2009, il secondo), entrambi pubblicati da Einaudi, con Americanah, il suo terzo romanzo, ha conquistato la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award 2013 e giungendo tra le finaliste del Baileys Women’s Prize for Fiction 2014. Nel 2017 ha pubblicato, sempre per Einaudi, Cara Ijeawele. Un brano del discorso Dovremmo essere tutti femministi (pubblicato in Italia da Einaudi) tenuto da Adichie nel 2013 durante una conferenza TEDx, è stato campionato dalla cantante Beyoncé nella canzone Flawless. Time Magazine l’ha inclusa nell’elenco delle 100 persone più influenti al mondo nel 2014. Adichie è stata definita «la Chinua Achebe del XXI secolo».

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Io l’unica cosa che so è che a volte è il bagliore di quei quadri a svegliarmi all’alba, piuttosto che gli insetti o gli uccelli del mattino.

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Quando sono arrivata all’ultima pagina de La vedova Van Gogh di Camilo Sanchez, edito da Marcos y Marcos, la prima cosa alla quale ho pensato è stata Grazie e questo ringraziamento è rivolto a Johanna Van Gogh-Bonger, moglie di Theo Van Gogh, fratello del pittore.
Grazie, perché se non fosse stato per il coraggio e la caparbietà di questa donna, forse oggi il mondo non avrebbe potuto ammirare i capolavori di uno degli artisti che ha rivoluzionato il concetto di arte.
Sanchez ci accompagna nei giorni tormentati di Johanna, la quale si ritrova impotente ad assistere al decadimento fisico e mentale del  marito, Theo Van Gogh, che straziato dal dolore per la morte del fratello morirà appena sei mesi dopo Vincent.
21552206_10214121281287347_1714883186_nVedova all’età di 29 anni e con un neonato da crescere, Joahnna non solo si dimostra una madre premurosa, dedita a crescere al meglio suo figlio; ma anche una donna dall’animo ribelle ed ostinata a non arrendersi alle prime difficoltà pur di raggiungere i propri obiettivi.
Scorrendo le pagine, vediamo la donna piangere il marito, sentirne la mancanza; ma la vediamo anche infuriarsi con lui per averla lasciata sola a ricoprire il ruolo di madre e padre del piccolo Vincent. Abbandonata tra le mura di una casa alla quale gridare la propria solitudine e con un baule colmo di anni di corrispondenza del marito con il fratello, raccolta poi nel volume unicamente dedicato dal titolo “Lettere a Theo”, edito da Guanda. Forse devo estendere il mio ringraziamento anche al destino, in quanto se Johanna non avesse trovato quelle lettere, ora Van Gogh sarebbe solamente un ricordo sbiadito di un pazzo senza talento tra i libri di storia dell’arte.
Johanna prende coraggio ed invade quella privacy che aveva sempre rispettato e quella curiosità che la porta a leggere qualche lettera, man mano che passano i giorni diviene quasi una droga.
Come quando ci appassioniamo ad una nuova serie TV e in due giorni guardiamo senza sosta 4 serie di seguito, Johanna si immerge tutte le sere nell’intimità dei fratelli Van Gogh. Sente la necessità di perdersi tra quelle lettere e così facendo impara a conoscere lati nascosti del marito e dell’amore che riservava al fratello. Un’amore del tutto intangibile per la donna, sconfinato, senza regole. Un amore oltre la vita e la morte e con il quale Johanna non avrebbe mai potuto competere.

È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh.
Né io né mio figlio siamo riusciti a cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

Ma dalle lettere la donna impara a conoscere, in particolar modo, quel cognato praticamente estraneo. Inizia a vedere il mondo, fatto di colori accesi e stelle fiammeggianti,  con gli occhi dello stesso Van Gogh, comprende il suo umore, il suo disagio e quella che alcuni definivano “pazzia” , tanto da arrivare ad ammirarlo, sia come artista e che come persona.
Tra le pagine, Van Gogh non apparirà mai, il libro infatti si apre immediatamente con la notizia della morte del pittore. Nonostante ciò, la sua presenza è costante e pesa dolorosamente ad ogni riga. Non lo conosciamo direttamente e comunque lui è lì, che si fa sentire e ci ricorda i tormenti della sua vita.
Ciò sicuramente merito anche della scrittura di Camilo Sanchez, il quale espone i fatti a noi lettori quasi come una cronaca gionalistica, in maniera più accurata e approfondita.
Nonostante la modalità decisamente particolare e quasi insolita, non vi è alcun distacco o assenza di empatia con i personaggi di questa storia vera ed incredibile; proprio come Johanna è in grado leggendo le lettere dei fratelli Van Gogh di entrare nella loro intimità, Sanchez è in grado di entrare nei pensieri della donna e di reinterpretarli tra le pagine di un romanzo emozionante, proponendo sensazioni, paure, rischi e amori di una vita reale in maniera magistrale, tanto da rendere la sua opera un vero e proprio omaggio a ciò che Vincent Van Gogh è oggi per l’arte e a ciò che Johanna è oggi per il mondo.

Leggo e mi è sempre più chiara la fascinazione di Theo. Van Gogh padroneggia l’arte di scrivere lettere. Si impegna al massimo anche quando scrive un messaggio di una sola riga. Lo guida un’idea: che il destinatario possa appenderlo, da tanto è bello, alle pareti di casa. Van Gogh scrive come dipinge.

Quando si parla di donne straordinarie, ho un elenco ben preciso in mente e uno dei nomi su cui non ho alcun dubbio è sicuramente Johanna Van Gogh-Bonder, la quale va decisamente contro le regole del buon costume che l’epoca esigeva.21744643_10214160091657582_257671856_n Prima di essere una madre, non bisogna dimenticare che Johanna fu una donna vedova di metà 1800 ma ciò non la fermò dall’essere anche un’imprenditrice e colei che portò alla luce il talento di un uomo. Gestendo una locanda, nel tempo libero dedica anima, corpo e portafogli a realizzare mostre dedicate ai quadri del cognato ricevendo inizialmente solamente aspre critiche e derisioni.
Ma se oggi ammiriamo estasiati la Notte stellata o I cipressi è grazie all’ostinazione di questa DONNA. Per capire quanto Johanna sia stata importante per noi e per l’arte, vorrei riportare il discorso avanzato nella serie TV “Doctor Who” da un critico d’arte, il quale riesce a far comprendere appieno quanto la donna avesse ragione a gridare al mondo la grandezza di Vincent Van Gogh. Un discorso che riassume i miei sentimenti nei confronti di questo grandissimo artista.

 

Dottore: Mi chiedevo, tra lei e me, in cento parole dove crede che Van Gogh si collochi nella storia dell’arte?
Critico d’arte: Beh… ecco… è una bella domanda! Per me Van Gogh è il più grande pittore tra tutti. Di sicuro un grande pittore, il più famoso di tutti i tempi, il più amato.
La sua padronanza del colore è magnifica. Trasformò il dolore, il peso della sua vita tormentata in un’estatica bellezza. Il dolore è facile da rappresentare, ma usare la collera, il colore per rappresentare l’estasi, la gioia e la grandezza del mondo… nessuno lo aveva mai fatto prima e forse nessuno lo rifarà mai.
Ai miei occhi quello strano uomo selvaggio che vagava nei campi della Provenza non è stato solo il più grande artista del mondo, ma anche uno dei più grandi uomini che abbia mai vissuto.

 

voto: 5

PluffaCalderone
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Titolo: La vedova Van Gogh
Autore: 
Camilo Sanchez
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 192
Prezzo: 16,00 euro
Trama: Cieli, occhi, corvi, girasoli: dovunque giri lo sguardo, Johanna vede dipinti di Van Gogh. Splendono nel buio, la svegliano all’alba; prima del canto degli uccelli, prima dei rumori di Parigi che riparte. La gente non li capisce, non li ama. Li usa come fondi d’armadio, per tappare i buchi del pollaio. Van Gogh si spara al petto e con lui se ne va il fratello Theo, inseparabile anche nella morte. Johanna resta sola con un piccolino nella culla: si chiama Vincent come suo zio. Lui e i dipinti illuminano il nero che l’ha avvolta. Vedova giovane, torna in Olanda e si prepara a lottare; le hanno insegnato che bisogna dominare il mare per meritarsi la terra. Apre una locanda in campagna, fa arrivare da Parigi i quadri di Van Gogh. Dal soffitto al pavimento, li appende in ogni stanza: è il suo omaggio all’artista che sognava una repubblica del colore, il primo museo segreto. Di giorno Johanna accoglie gli ospiti, cresce suo figlio. Di notte apre la valigetta che per Theo era sacra e si immerge nelle lettere di Van Gogh. Annota parole, isola passaggi di pura poesia. Le affidano una missione, le indicano la strada. Oltre le porte chiuse, il disprezzo, la selva dei no. Il primo sì è il disegno venduto a un cliente argentino. La prima mostra la ospita all’Aia una donna senza pregiudizi. Poi il vento gira, vengono i buoni incontri, gli incroci fortunati; il tempo corre, vola, le mostre si moltiplicano e Vincent van Gogh entra nella Storia.

L’autore

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Camilo Sánchez è nato a Mar del Plata e vive a Buenos Aires. Giornalista e poeta, ha collaborato con le più prestigiose testate argentine – da «Página 12» a «Clarín» a «Ñ» – sia in qualità di redattore che scrivendo reportage da tutto il mondo. Attualmente dirige «Dang Dai», rivista di scambio culturale tra Argentina e Cina.Guardando un documentario della BBC, è rimasto colpito da un’immagine di Johanna van Gogh-Bonger, citata fuggevolmente come depositaria dei quadri e delle lettere; durante una lunga permanenza a New York, esplorando musei e biblioteche, ha scoperto il suo ruolo fondamentale, mai raccontato, nel difendere dall’oblio l’opera di Van Gogh. Era la storia che Sánchez aspettava per il suo primo romanzo, La vedova Van Gogh: un omaggio al pittore straordinario morto solo, suicida, e alla donna che ha lottato per renderlo, come artista, immortale.

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In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto.
La malinconia è un avversario più spietato dell’Unione Sovietica.

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f.jpgPiccoli suicidi tra amici è già il secondo romanzo edito Iperborea che leggo grazie alla collaborazione che hanno accettato con il mio blog. Rispetto, però, alla lettura de Il giardino dei cosacchi devo ammettere che nei confronti del romanzo di Paasilinna ho dei sentimenti contrastanti; anche se ciò non significa necessariamente che non mi sia piaciuto.
Il suicidio non è mai un argomento semplice da trattare, ma Paasilinna riesce totalmente a modellare fra le sue mani tematiche importanti, riproponendole tra le pagine del suo romanzo con un tono grottesco e surreale, quasi comico.

Dal secchiello vennero estratte mazzi di banconote, perfino tagli da mille marchi, oltre ad assegni, il più grande dei quali riportava la somma di cinquantamila marchi.
Il donatore era un allevatore di renne, il quale così motivò la generosità del dono: “Soldi ci devono stare se tutta questa truppa la vuol far finita. In Finlandia oggi non ci sta niente che costa poco, nemmeno la morte

Sullo sfondo di una Finlandia cruda e meschina, il direttore Rellonen, stanco e deluso dai ripetuti insuccessi collezionati sino a quel momento nella sua vita, prende l’amara decisione di togliersi la vita.
Si dirige verso un vecchio fienile, quando però si accorgere di non essere il solo in quel lo stesso fienile ad aver preso una decisione così estrema.
Il colonnello Kemppainen aveva già occupato il “palcoscenico” deciso più che mai a farla finita, dopo esser rimasto solo in seguito alla morte della moglie.
I due fanno così conoscenza e da una decisione esasperata come togliersi la vita, Paasilinna contrappone la nascita di un’amicizia. Un’amicizia per niente artificiosa, o fasulla, ma genuina e tragicomica per via delle circostanze in cui si è creata.
Dalla mente depressa dei due tragici amici,  con il passare dei giorni nasce un’idea: e se si potessero riunire in un seminario tutti gli aspiranti suicidi della Finlandia?
Scambiarsi idee ed esperienze, potrebbe essere un modo per affrontare la propria vita e magari per sentirsi meno soli. L’idea è buona ed ha del potenziale, cosa che li spinge a pubblicare un annuncio in merito sul quotidiano locale.
I due amici si ritrovano, così, sommersi dalle lettere di risposta di poveri finlandesi disperati e stufi della vita. Grazie all’aiuto della vicepreside Helena Puusaari, che a sua volta aveva risposto all’annuncio, riescono ad organizzare il tanto atteso seminario dedicato agli aspiranti suicidi, dal quale prende forma un’idea totalmente folle: un suicidio di massa a bordo di un pulmino.
Ed è così che inizia il viaggio assurdo della neonata Libera Associazione Morituri Anonimi, attraversando l’Europa tra risse, campeggio e visite guidate presso i cimiteri locali.

Dall’andamento della conversazione i candidati suicidi cominciarono a farsi l’idea di essere in una condizione tutto sommato migliore di quei connazionali condannati a condurre una grigia esistenza in quella patria miserabile. Un’osservazione che li rese – dopo tanto tempo – finalmente felici.

Come accennato ad inizio articolo, ho dei sentimenti contrastanti verso Piccoli suicidi tra amici. Questo è stato il mio primo approccio con Paasilinna e indubbiamente mi ha colpito la sua particolarità di mettere a confronto due facciate diverse della stessa medaglia. Il concetto di eliminare la vita e il concetto di nascita, principalmente incentrata sull’amicizia e complicità tra i Morituri anonimi.
Condividono, infatti, le stesse paure ed angosce e riescono, quindi, a comprendersi completamente. Contrappone anche il concetto di morte e di amore, sconfitta e rivincita; il tutto sul pulmino in giro per l’Europa, l’elemento più comico a paradossale a mio parere e nonostante ciò funzionante.
Un altro elemento fondamentale sono indubbiamente la vita e la morte che Paasilinna associa al Viaggio. Se inizialmente i Morituri anonimi intraprendono un viaggio che ha come meta il compimento della morte, con l’evolversi degli eventi la meta del viaggio si trasforma sino a cambiare completamente. Ed ecco che l’autore lancia il messaggio che sta alla base del suo romanzo: la meta è in realtà la vita, la quale può essere considerata un viaggio che deve portare alla riscoperta di sé stessi. Riscoprendo sé stessi i Morituri anonimi comprenderanno il vero senso della vita e chissà se vedranno ancora nella morte l’unica soluzione possibile.
I protagonisti hanno dei ruoli ideali, ben scelti dall’autore a mio parere. Il direttore P_20160309_155334_1schiacciato dal peso del fallimento lavorativo e matrimoniale, il colonnello vedovo rimasto unicamente in compagnia dei suoi gradi in esercito e della sua personalità fredda e autoritaria e la preside zitella. Nonostante siano decisamente perfetti, li ho trovati comunque poco approfonditi e con il procedere della storia quasi si perdono in mezzo ai trenta aspiranti suicidi che popolano il pullman.
Ciò che, però, mi ha fatto storcere il naso è in realtà la tipologia di scrittura adottata da Paasilinna. Le brevi descrizioni, ma soprattutto i pochi dialoghi tra i personaggi, mi hanno reso complicato il proseguimento di determinati capitoli; cosa che invece ne Il giardino dei cosacchi ho trovato scorrevole e funzionale alla tipologia di storia. E proprio per lo stile troppo povero e a volte frettoloso, il poco approfondimento dei personaggi che man mano si confondono e dimenticano con lo sfogliare delle pagine e i dialoghi che arrichiscono e incuriosiscono poco, non riesco a dare oltre le due stelline su cinque, con dispiacere perché avevo alte aspettative. Ma questo non mi fermerà nel leggere altri romanzi di Paasilinna del quale ho sempre sentito pareri ottimi, che mi fanno avere ancora qualche speranza.

voto:2

PluffaCalderone

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Sette_Minuti_Dopo_La_Mezzanotte_posterItaFilm

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La risposta è che non conta quello che pensi perché la tua mente si contraddirà cento volte al giorno. […]
La mente crede a bugie confortanti, mentre conosce le dolorose verità che rendono necessarie quelle bugie. E la mente ti punisce per il fatto che credi contemporaneamente a entrambe le cose.

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monster_calls_xlg.jpgSettimana scorsa sono letteralmente corsa al cinema per vedere il film tratto dal romanzo “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness, sicuramente uno dei migliori libri per ragazzi in circolazione negli ultimi tempi.
Affermazione di un certo peso, perché pensandoci cosa rende un libro, specialmente se rivolto ad un pubblico giovane, un ottimo prodotto? Le risposte sono molteplici, ma personalmente penso che l’aspetto primario siano le tematiche e la modalità con cui tali tematiche vengano affrontate.
Il romanzo di Patrick Ness si aggiudica a mio parere una vittoria più che meritata e la trasposizione cinematografica non è da meno. Quante volte ci rechiamo al cinema colmi di aspettative ed emozione nel vedere sul grande schermo il film tratto dal nostro romanzo del cuore, per poi uscire dalla sala solamente con un gran amaro in bocca?
Dimenticate questa sensazione, perché il film girato da Juan Antonio Bayona è davvero un gioiello che ridona speranza a noi lettori ormai delusi dagli innumerevoli stravolgimenti letterari.
La storia è una delle più semplici e crudeli, trattata ormai più volte e in diverse salse.
A soli tredici anni, Conor si ritrova catapultato nelle difficoltà e nel dolore del mondo degli adulti. La madre è malata di cancro e quotidianamente Conor se ne prende cura, portando inoltre avanti i lavori di casa.
Il ragazzo però è tormentato da un incubo, che ogni notte lo fa svegliare urlante e zuppo di sudore; sino a quando un giorno riceve la visita di un mostro.
Un tasso prende le sembianze di un mostruoso uomo gigante, destatosi per raccontare a Conor tre storie, alla fine delle quali toccherà al ragazzo raccontare al mostro la quarta storia che, però, dovrà corrispondere alla verità più segreta di Conor.

C’era una volta un uomo invisibile, che s’era stufato di non essere visto da nessuno. Non che fosse davvero invisibile. Il fatto era che la gente si era abituata a non vederlo. E se nessuno ti vede, esisti davvero?

Il ragazzo non comprende se il mostro sia reale o un brutto scherzo nato dai suoi sogni, si ritroverà quindi ad affrontare il degeneramento della malattia della madre tra bullismo scolastico, una nonna rigidamente diversa da lui e un padre ormai sconosciuto, preso dalla sua nuova famiglia americana. Apparentemente nulla di innovativo, ma come dicevo è come determinati temi vengono trattati a fare la differenza.
Leggendo vari pareri e recensioni ho riscontrato che per molti il tema focale su cui tutta la storia di Conor è costruita sia quello della malattia della madre, ma andrò controcorrente dissociandomi da questa opinione.
Attenzione, di certo la malattia è un elemento importante del romanzo, ma non quello principale che personalmente ho riscontrato nella Rabbia.
Conor è arrabbiato con il mondo, una rabbia che non risparmia nessuno. Nonna, amici e la madre stessa ed è proprio questo che lo rende un personaggio reale. Ness è davvero magistrale nel rendere Conor e i suoi sentimenti tipici di un bambino vero e non quelli dello stereotipo del bambino buono, bravo e gentile con tutti.
Il romanzo ci comunica che, a volte, sentimenti negativi come in questo caso la rabbia, siano sentimenti più che giusti da provare e che vanno accolti e non respingerli o vergognarsene.

«Non capisco. Chi è il buono in questa storia?»

Non sempre c’è un buono. Come non sempre c’è un cattivo. La maggior parte delle persone è una via di mezzo fra le due cose.

Un ulteriore elemento che rende la pellicola valida tanto quanto il romanzo, sono gli attori selezionati. Ciò che mi ha stupito è come i personaggi non siano stati modificati per rendere la pellicola più appetibile, ma siano stati resi esattamente come nella storia.coverlg
E’ come incontrare un vecchio amico che non vedevi da anni.
Hai paura che il tempo l’abbia cambiato, ma scopri che in realtà è sempre rimasto lo stesso.
Felicity Jones, la madre, è incantevole anche interpretando una donna malata di cancro; l’intramontabile Sigourney Weaver è perfetta nel ruolo della nonna rigida, maniaca del controllo, allo stesso tempo di una madre che deve fare i conti con la perdita di una figlia. Ma il protagonista indiscusso è senza ombra di dubbio Lewis MacDougall, ossia Conor.
La sua recitazione è disarmante e lascia letteralmente senza parole. Non è facile, specialmente per i piccoli attori, trasmettere determinate emozioni come la rabbia, l’angoscia, la paura o il dolore, ma MacDougall ci riesce alla perfezione lasciando lo spettatore sommerso da una montagna di fazzoletti spiegazzati ed umidicci. E’ soprattutto nella realizzazione dell’incubo che perseguita Conor che il piccolo attore da il meglio di sé, con un’interpretazione a dir poco eccellente della paura tipica degli incubi.
Naturalmente è doveroso doversi soffermare anche sul personaggio del mostro, da cui sono rimasta affascinata. Già nel romanzo, caratterizzato da disegni mozzafiato che contribuiscono a stuzzicare maggiormente la fantasia del lettore, ne ero rimasta piacevolmente colpita.
Nel film è come se i disegni del romanzo raffiguranti il mostro prendessero vita per renderlo allo spettatore tangibile grazie alla grafica, inappuntabile, ricca di dettagli.

libro

Le storie raccontate dal mostro si animano e ricordano molto lo stile utilizzato da David Yates per realizzare la storia dei tre fratelli nel film Harry Potter e i doni della morte parte 1, che ho trovato davvero incantevole.
Ci sono molti film importanti, ma quando uno di questi film è rivolto ai ragazzi in qualche modo lo diventa ancora di più. Leggete il romanzo e subito dopo aver girato l’ultima pagina, correte al cinema per vedere il film come ho fatto io. Non per piangere, come spesso accade, per la malattia o per la morte. No.
Per comprendere quanto determinati sentimenti siano fondamentali e a volte, anche se negativi, semplicemente giusti e comprensibili.

voto:5

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Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze.
Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone nel parco. […]
Le studiai fissandole in maniera spudorata, evidente: sembrava impossibile che potessero alzare gli occhi e notarmi.

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Ultimamente sul web c’è stato un romanzo molto discusso per via della storia e temi trattati, ma soprattutto per l’autrice la quale si è distinta per via della sua giovane età.
Emma Cline, infatti, a soli 27 anni ha esordito con il romanzo rivelazione degli ultimi mesi “Le ragazze”.
Non sono una grande amante delle storie che girano intorno a droghe, sesso e violenza. In questo senso, non ho mai apprezzato ad esempio grandi capolavori cinematografici che ho sempre evitato come la peste, quali Blow o Trainspotting; ma con la Cline è stato diverso. Una di quelle letture a cui ripensi nel tuo letto sotto le coperte, prima che il sonno prenda il sopravvento. Un continuo rimando alle scene, ai dialoghi e all’ambiente di una California che non rispecchia quella a cui siamo abituati soleggiata e ricca di surfisti intenti a cavalcare le onde, ma una California degli anni ’70 cupa e malandata proprio come i fatti realmente accaduti a cui la Cline si è ispirata.
Gli eventi, anche se romanzati, da cui l’autrice ha preso spunto per la realizzazione del romanzo sono quelli che hanno reso la Family capeggiata da Charles Manson famosa per diversi omicidi tra cui l’assassinio presso la villa di Roman Polansky, regista noto per film come Il pianista. Tra i vari omicidi, questo fu quello che suscitò più scalpore in quanto venne presa di mira la moglie del regista, incinta di otto mesi e alcuni amici casualmente presenti alla villa quel giorno; omicidi portati a termine dalle ragazze della Family le quali erano tutte soggiogate dal carisma di Manson, che le plagiò per i propri interessi malavitosi.

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Detto ciò, non fatevi ingannare dai temi forti in quanto fanno solamente da cornice alla storia di Evie, protagonista del romanzo.
Forse il tema principale è l’adolescenza e quel senso di ricerca e appartenenza ad un gruppo che tutti, magari non in egual misura, abbiamo provato.
Infatti Evie, ormai quattordicenne, si ritrova ad accogliere una nuova estate in completa solitudine, con due genitori divorziati ed egoisti, una “migliore amica” che le chiude le porte in faccia dopo un litigio senza nemmeno fare lo sforzo di comprenderne le motivazioni e la consapevolezza che la fine delle vacanze decreterà la sua “detenzione” presso un collegio femminile. Ed è proprio in preda alla solitudine che Evie verrà travolta dal ciclone delle Ragazze, non particolarmente belle ma caratterizzate da un’aura selvatica ed invitante tanto da catturare l’attenzione della ragazza e portarla a rompere quella sua noiosa routine passata a fumare erba scadente e ad indossare abiti troppo succinti per la sua età.
Sarà soprattutto per via di Suzanne che si farà convincere a seguirle al loro ranch, un luogo logoro e decadente che agli occhi di Evie appare invece un’oasi di libertà e protezione.

Avevo un’età in cui esaminavo e classificavo all’istante le altre ragazze, tenendo perennemente il conto di tutti i miei difetti, e mi accorsi subito che quella coi capelli neri era la più carina. […] Aveva attorno a sé un’aura di distacco dal mondo terreno, e portava un vestitino largo e sporco che le copriva a malapena il sedere.

Tutto è pronto per una festa e tutti sono in trepidante attesa di Russell, il “capo-salvatore” del ranch dotato di un carisma magnetico, sostenitore di sesso libero e droghe. Dopo quella prima sera, Evie diventerà un’abitudinaria tra le mura cadenti del ranch tanto da stringere un legame sempre più trasgressivo con Suzanne, sentendo il perenne bisogno della sua approvazione o semplicemente sfiorarle amorevolmente i lunghi capelli neri intente in spettinate acconciature.
La scrittura della Cline è altamente evocativa, colma di affascinanti metafore che contribuiscono ad arricchire l’immaginazione del lettore, ma anche molto cruda non risparmiando la storia da scene estremamente dettagliate arricchite da un linguaggio diretto e che non si fa scrupoli per gli animi più sensibili.
L’autrice è minuziosa nel proporre scene di sesso minorile o di uso di droghe con la stessa semplicità di una boccata a pieni polmoni. Apre le porte della mente di una ragazzina, un’adolescente talmente desiderosa di attenzioni e di un senso di appartenenza, da non vedere ciò che realmente la circonda.
Evie è una protagonista ambigua e complessa, in quanto inaffidabile. Il ranch le si mostra sin dal primo istante per quello che è realmente, un luogo decadente e maleodorante in preda ad una sporcizia infetta, una cucina piena di cibo proveniente dalla spazzatura, adolescenti che non badano all’igiene e bambini nati da sesso libero lasciati a scorrazzare nel lerciume.
Eppure ai suoi occhi appare come uno stile di vita meraviglioso, selvaggio ed avventuroso; la Cline, però, ci mostra anche un’Evie più matura.

A quell’età, il desiderio era spesso un atto di volontà. Uno sforzo tremendo per smussare gli spigoli più ruvidi e deludenti dei ragazzi donandogli la forma di persone che potevamo amare. Parlavamo del nostro bisogno disperato di loro con parole trite e familiari, come se stessimo leggendo le battute di un copione teatrale. A distanza di anni avrei capito questo: quant’era impersonale e disorientato il nostro amore, che mandava segnali a tutto l’universo sperando di trovare qualcuno che desse accoglienza e forma ai nostri desideri.

La scelta di dividere il romanzo tra il presente della protagonista ed i flashback datati
nel 1970 è funzionale per comprendere la maturazione e la presa di coscienza di Evie, la quale a posteriori si rende conto delle condizioni

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di vita del ranch eccessivamente estreme e della pazzia di Russell nascosta sotto quella sua promessa di salvezza eterna. E’ una donna ancora sola, ma ormai svegliatasi da quella sua ricerca disillusa di accettazione e intenta a proseguire la sua vita da persona estranea agli omicidi commessi dalle ragazze, dalla sua Suzanne, la quale Evie, mossa da un amore recidivo, tende ancora a giustificare o ad attribuirle motivazioni assurde nonostante la confessione del gruppo degli omicidi.
Trovo, inoltre, affascinante come in un romanzo tutti i personaggi presenti tra le pagine siano estremamente negativi. Evie pericolosamente ingenua e accecata dall’amore per Suzanne tanto da non vedere la realtà, le ragazze soggiogate dal profetismo fascinoso di Russell e, appunto, Russell folle e preda dei suoi desideri ed istinti violenti.
Come già ribadito non amo questo genere, ma la Cline mi ha letteralmente affascinata romanzando un mondo reale e diretto, come una schiaffo. Ti fa soffrire, ma il bruciore dell’impatto serve a farti riflettere.

voto:

5

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Titolo: Le Ragazze
Autore: Emma Cline
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 344
Prezzo: 18,00 euro
Trama: Evie voleva solo che qualcuno si accorgesse di lei. Come tutte le adolescenti cercava su di sé lo sguardo degli altri. Un’occasione per essere trascinata via, anche a forza, dalla propria esistenza. Ma non aveva mai creduto che questo potesse accadere davvero. Finché non le vide: le ragazze. Le chiome lunghe e spettinate, i vestiti cortissimi. Il loro incedere fluido e incurante come di «squali che tagliano l’acqua». Poi il ranch, nascosto tra le colline. L’incenso, la musica, i corpi, il sesso. E, al centro di tutto, Russell. Russell con il suo carisma oscuro. Ci furono avvertimenti, segni di ciò che sarebbe accaduto? Oppure Evie era ormai troppo sedotta dalle ragazze per capire che tornare indietro sarebbe stato impossibile?

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Ci sono volte quando mi sveglio la mattina che… non so per quale motivo, ma mi ritrovo con le lacrime agli occhi.
Il solito sogno che ho fatto, ma che non riesco mai a ricordare.
Però la sensazione di aver perso qualcosa, quella rimane anche dopo molto tempo.

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Negli ultimi anni la cultura giapponese sta raggiungendo sempre più la parte occidentale del mondo, soprattutto nel nostro paese. Si nota principalmente con le fiere a tema, dove numerosi partecipanti vi si recano anche in Cosplay ossia la pratica di travestirsi da personaggi di anime o fumetti.
Per quanto riguarda il cinema invece? I cinema italiani non lasciano molto spazio ai film del Paese del Sol Levante ai quali si dedicano non più di tre giornate di proiezione, ma quest’anno il grande schermo si è dovuto ricredere con il film
your-name.jpegrivelazione di Makoto Shinkai, Your Name il quale, dati gli incassi, è stato riproposto diverse volte sino all’ultima proiezione in occasione di San Valentino.
Per chi fosse nuovo rispetto al mondo degli Anime, sappiate che non limitano la propria visione ad un pubblico per bambini, ma molto spesso sono rivolti anche ad adolescenti ed adulti come nel caso di Your Name, una storia d’amore caratterizzata da un tocco di paranormale. I giapponesi hanno una visione particolare dell’amore, esistono infatti diverse parole per descrivere le diverse sfumature o fasi dell’innamoramento, che noi tendiamo ad esprimere semplicemente con la frase Ti amo. Stessa cosa se parliamo del destino, il quale dal popolo giapponese è visto come un filo rosso che lega due persone di qualsiasi sesso, età o etnia. In Giappone esiste la filosofia secondo cui non importa in che parte di mondo tu ti possa trovare e quanto tempo ci vorrà prima di incontrare la tua metà che sta all’altro capo del filo rosso. L’incontro è scritto, è destino.
Lo stesso destino che lega Mitsuha, una giovane studentessa della piccola città di montagna di Itomori e Taki, uno studente di Tokyo.
I due non si conoscono, ma per un inspiegabile scherzo del destino, improvvisamente si tumblr_ochdzu3fW41roj09io2_1280risvegliano l’uno nel corpo dell’altro, diventando i protagonisti di scambi di breve durata, che solitamente finiscono andando a dormire a fine giornata. I due non ne capiscono il meccanismo e non sanno cosa sia a scatenare gli scambi, ma trovano di comune accordo delle regole da rispettare per non invadere la privacy dell’altro.
Pur non vedendosi mai rispettivamente nei propri corpi, i due ragazzi imparano a conoscersi, a condividere le usanze di due città completamente diverse e ad apprezzare amici diversi rispetto a quelli di una vita intera; tanto che pian piano nasce un’affinità. Improvvisamente il film cambia atmosfera. Infatti gli scambi fra Taki e Mitsuha finiscono e se prima noi spettatori avevamo assistito alle vite di entrambi i ragazzi, ora rimaniamo solamente con Taki il quale non riesce a contattare telefonicamente Misthua e non comprende quale sia stato il fattore che abbia fatto svanire gli scambi.
Spinto dal desiderio di capire, Taki decide di prendere un treno per Itomori ed incontrare finalmente Mistuha di persona, vestendo i panni di se stesso .
Il viaggio è complicato, inspiegabilmente Taki non ricorda il nome della cittadina di montagna dove vive la ragazza e riesce solamente a farne un ritratto, grazie al quale riuscirà ad arrivare a destinazione. La verità viene a galla ed è sconvolgente sia per Taki, sia per noi che siamo rimasti in sala impazienti dalla voglia di scoprire dove sia finita Mitshua. Scopriamo che la ragazza ha effettivamente vissuto ad Itomori, ma tre anni prima rispetto al presente di Taki. your-name-mitsuha-miyamizu-taki-tachibana-tears-stars-couple-romance-anime-8165-resized.pngNon posso dirvi altro in merito a come si sviluppano le vicende, a dove sia Mitshua e a come Taki affronterà determinati problemi, in quanto rischierei di farvi enormi spoiler, anche perché la bellezza di questa pellicola sta nel fatto che le spiegazioni di determinati eventi o azioni che inizialmente non si riescono a comprendere, non vengono fornite immediatamente ma vengono mostrate lentamente, raccontante man mano che le scene si susseguono. Personalmente ho apprezzato questa modalità, in quanto ci vengono forniti accenni, spunti che contribuiscono a farci formulare delle ipotesi che vengono poi totalmente demolite dalla scena successiva che spiega ciò che realmente sta accadendo, ben lontano da quello che avevamo pensato precedentemente. La storia, nella sua semplicità, è a mio parere sorprendente e vera.
Il fatto di sentirsi nel posto sbagliato, inadeguati per il proprio contesto sociale o di sentire che manca qualcosa che si aspetta da molto tempo, ma non comprendere cosa o chi. Mitsuha e Taki sono questo, sono reali e caratterizzati alla perfezione con i pregi ed i difetti o debolezze tipiche degli adolescenti, come il non poter resistere dal mangiare dolci o il segreto desiderio di poter sentire cosa si provi a sfiorare il corpo dell’altro sesso; il tutto riportato con scene comiche inserite al punto giusto, per non rendere il film la solita storia d’amore e di destino trita e ritrita.
I disegni di Makoto sono lo sfondo ideale per questo racconto adolescenziale, un tocco di aria fresca tipica della cultura giapponese, per cui ho una particolare passione.
Trovo siano totalmente differenti dallo stile dello Studio Ghibli, rimasto ad un tratto retrò caratterizzato da facce paffute e occhi piccoli, Makoto preferisce optare per uno stile da mangaka moderno con colori pastello e figure slanciate, con occhi decisamente più grandi ed occidentali.
Da credente nel destino, ho apprezzato l’associazione al filo rosso che lega due animeyour-name-3 gemelle e il fatto che ci venga spiegato dallo stesso Makoto ad inizio film, particolarità che non avevo mai visto in nessun anime che ho collezionato sino ad ora nelle mie visioni. Ci spiega le motivazioni che lo hanno spinto a voler girare Your Name e come lui (e in generale i giapponesi) intendano l’amore e il destino, da qui l’associazione al filo rosso.
Qualche giorno dopo la visione ho comprato il romanzo di Your Name, sul quale però non voglio dilungarmi, in quanto ne sono rimasta molto delusa.
La delusione relativamente al romanzo non comporta un cambiamento del mio parere in merito alla pellicola, semplicemente penso che questa pubblicazione si poteva evitare.
Diciamo che segue il filone di Harry Potter e la maledizione dell’erede, ma con qualche differenza. Infatti non vi sono solamente le battute dei personaggi, ma anche descrizioni di scene o pensieri dei protagonisti il tutto però molto frivolo e con un linguaggio troppo colloquiale decisamente non adatto ad un romanzo ed è un peccato in quanto il tentativo c’è e si nota la differenza rispetto semplice copione su pagina di Harry Potter, ma purtroppo con poco impegno nell’approfondire la scrittura che poteva contribuire alla realizzazione di un romanzo piacevole.
Io non posso che consigliarvi la visione del film, in quanto merita la fama che si è creato.
Diamo spazio alle pellicole orientali, le quali molto spesso hanno un messaggio ben preciso che si cela tra le scene.

voto:5

PluffaCalderone
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Quando frequenti una Libreria Indipendente dici no a una cultura omologata e standardizzata, perché ogni libreria è un universo da esplorare, nato dalla passione e dall’impegno di chi ci lavora, dove ottieni un valore aggiunto, dato da tutti quei servizi legati alla promozione e di diffusione della lettura che valgono più dello sconto.

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17668923_10212505831942123_2041644643_oNei giorni scorsi si è tenuto a Milano, il Book Pride 2017, per chi non fosse avvezzo al nome si tratta della fiera dedicata all’editoria indipendente, organizzata da Odei ossia un’associazione
nata per dare voce proprio all’editoria indipendente. A questa terza edizione erano presenti 200 case editrici, le quali hanno allestito i loro stand ed esposto i romanzi in essere all’interno del catalogo o anche libri in grande anteprima. Oltre agli espositori vi era un fitto programma delineato su tutte e tre le giornate dedicate all’evento, molti eventi districati tra la presentazioni di romanzi o dibattiti riguardanti determinate tematiche rapportate all’editoria. E’ chiaro, quindi, come Book Pride voglia proporsi come la vetrina di chi ha l’orgoglio di essere indipendente, dando spazio a quelle realtà che portano avanti la cosiddetta editoria di progetto: in grado cioè di proporre un lavoro di ricerca e di proposta, al di là di regole e condizionamenti di mercato.
Nelle mie vesti da blogger, mi sono recata all’evento, in due manche differenti: la prima focalizzata interamente sugli stand, ispezionando i titoli, comprando romanzi o conversando con gli espositori, mentre la seconda per assistere al dibattito “Il web e i social media per comunicare e promuovere l’editoria indipendente” e devo dire che molte sono le conclusioni a cui sono giunta a fine fiera.
Quando parliamo di editoria, ci addentriamo in un campo insidioso in quanto ognuno ha le proprie idee in merito. Inoltre, viviamo in un’era in cui l’editoria parallela al Marketing, la cui unica legge da rispettare è quella di VENDERE! Nell’era dove vige la letteratura di consumo e commerciale siamo inevitabilmente sommersi da contenuti di ogni genere, di conseguenza ad un’alta richiesta corrisponde un inevitabile abbassamento della qualità, ritrovandoci così a passeggiare tra gli scaffali dei colossi dell’editoria, sommersi da “romanzi” impersonali e (se non privi del tutto) con una qualità alquanto discutibile. Ecco perché siamo circondati da romanzi fatti con lo stampino (che seguono determinati filoni, quali la Distopia, l’Urban Fantasy, gli Young Adult o i recenti libri degli “Youtuber”), copie dei “best seller” del mese prima, che hanno puramente lo scopo di fornire al lettore quella certezza tanto ricercata. La classica comfort zone, la certezza che se17668798_10212505832662141_1605912323_o hai amato una determinata serie di romanzi, di conseguenza amerai anche la nuova serie appena pubblicata. Ovviamente non ho scoperto l’acqua calda, questa tecnica di vendita è sempre esistita, ma ora più che mai vi è un sovraffollamento e sfruttamento di tale metodo, soprattutto dalle grandi case editrici che hanno l’unico scopo di ottenere dei facili guadagni portando così sui nostri scaffali della mera letteratura di consumo. Tutto ciò per arrivare alle tanto attese conclusioni alle quali sono giunta successivamente al Book Pride, conclusioni che mi hanno spinta ad aprire le braccia ad un nuovo progetto. Credetemi, nulla di innovativo e rivoluzionario, forse non sarò ne la prima ad aver avuto un’idea di questo tipo e non sarò nemmeno l’ultima; ma mi piace pensare che quando si vuole portare un cambiamento la prima cosa che bisogna fare è partire da se stessi.  Ecco perché do’ il via la progetto #LettureIndipendenti, con il quale da ora in avanti voglio prefissarmi l’obiettivo dell’acquisto di titoli indipendenti e per la maggior parte presso librerie indipendenti. Mondadori, Feltrinelli, Amazon o IBS vorrei chiuderli in un cassetto e dare il mio contributo ad altre realtà che si impegnano a dare spazio e voci ad autori e case editrici che nel loro lavoro vi mettono 17622179_10212505834662191_1756883377_opassione ed impegno per esporre titoli di qualità e che abbiano dei reali contenuti da offrirci. Ovviamente pubblicherò delle recensioni dedicate, in modo da contribuire maggiormente alla diffusione del progetto che reputo molto importante e significativo e con il Book Pride ho dato ufficialmente il via ai primi romanzi selezionati per #LettureIndipendenti acquistando La vedova Van Gogh di Camilo Sànchez edito da Marcos y Marcos, focalizzato sulla figura di Johanna moglie di Theo, fratello di Van Gogh, senza la quale oggi non conosceremmo Van Gogh come artista, Le nostre anime di notte di Kent Haruf edito da NN editore, una storia di amicizia e di amore tra due vedovi e di come affronteranno i giudizi della cittadina di Holt ed infine E’ il tuo giorno, Billy Lynn di Ben Fountain edito da Minimum Fax, racconta del ritorno in patria della squadra Bravo dopo la guerra in Iraq, in occasione del Victory Tour ossia una popolare partita di football del Giorno del Ringraziamento, veniamo quindi a conoscenza delle sensazioni dovute al rientro tra feste e sport in contrapposizione al breve ritorno in guerra viste dal giovane caporale Billy Lynn.
Siamo circondati ormai solamente da editoria commerciale, con questo progetto non voglio portare qualcosa di nuovo, ma vorrei portare a dei miglioramenti nei miei acquisti e se questo allo stesso tempo può contribuire al sostegno della vera editoria, allora non mi resta che rimboccarmi le maniche.

PluffaCalderone
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Titolo:
La vedova Van Gogh
Autore:
Camilo Sànchez
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 192
Prezzo: 16,00 euro
Trama: Cieli, occhi, corvi, girasoli: dovunque giri lo sguardo, Johanna vede dipinti di Van Gogh. Splendono nel buio, la svegliano all’alba; prima del canto degli uccelli, prima dei rumori di Parigi che riparte. La gente non li capisce, non li ama. Li usa come fondi d’armadio, per tappare i buchi del pollaio. Van Gogh si spara al petto e con lui se ne va il fratello Theo, inseparabile anche nella morte. Johanna resta sola con un piccolino nella culla: si chiama Vincent come suo zio.
Lui e i dipinti illuminano il nero che l’ha avvolta. Vedova giovane, torna in Olanda e si prepara a lottare; le hanno insegnato che bisogna dominare il mare per meritarsi la terra. Apre una locanda in campagna, fa arrivare da Parigi i quadri di Van Gogh. Dal soffitto al pavimento, li appende in ogni stanza: è il suo omaggio all’artista che sognava una repubblica del colore, il primo museo segreto. Di giorno Johanna accoglie gli ospiti, cresce suo figlio. Di notte apre la valigetta che per Theo era sacra e si immerge nelle lettere di Van Gogh. Annota parole, isola passaggi di pura poesia. Le affidano una missione, le indicano la strada. Oltre le porte chiuse, il disprezzo, la selva dei no. Il primo sì è il disegno venduto a un cliente argentino. La prima mostra la ospita all’Aia una donna senza pregiudizi. Poi il vento gira, vengono i buoni incontri, gli incroci fortunati; il tempo corre, vola, le mostre si moltiplicano e Vincent van Gogh entra nella Storia. Johanna, finalmente, può camminare guardando il cielo dopo la pioggia, respirare leggera, aprire altre porte. Tornare a smarrirsi in un sorriso, nel gioco meraviglioso dei corpi. Una storia vera, bellissima, mai raccontata.  La storia della donna che ha consegnato al mondo l’arte di Van Gogh.

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Titolo:
Le nostre anime di notte
Autore:
Kent Haruf
Editore: NN edizioni
Numero di pagine: 176
Prezzo: 17,00 euro
Trama: È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me? Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto. Dopo la Trilogia della Pianura, Le nostre anime di notte è il sigillo perfetto all’opera di Kent Haruf, uno dei più grandi interpreti della letteratura americana contemporanea.

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Titolo: E’ il tuo giorno, Billy Lynn
Autore:
Ben Fountain
Editore: Minimum Fax
Numero di pagine: 398
Prezzo: 14,45 euro
Trama: I dieci soldati della squadra Bravo hanno compiuto una coraggiosa azione di guerra in Iraq, immortalata per caso dalle telecamere di un tg; trasformati di colpo in eroi nazionali, vengono richiamati in patria per due settimane di Victory Tour (interviste in tv, visita alla Casa Bianca, comizi pubblici aperti dal sermone di un predicatore), che culminano nell’apparizione come ospiti d’onore alla tradizionale, popolarissima partita di football del Giorno del Ringraziamento. Durante questa fatidica giornata, fra le strette di mano ai petrolieri texani, le canne fumate di nascosto, il trauma ancora vivissimo della recente morte di un compagno, la sensualità delle cheerleader, le avances di Hollywood e una proposta di diserzione, il diciannovenne caporale Billy Lynn cerca di non impazzire: la mattina dopo, la squadra deve tornare al fronte. La spettacolarizzazione dello sport e della guerra, il conflitto di classe, lo strapotere dell’entertainment e del mercato, ma anche la forza dell’amicizia, la paura della morte, la scoperta dell’amore: c’è tutto questo, in un romanzo scatenato e brillante, osannato dalla critica, che ha consacrato il suo autore come una delle migliori voci della letteratura americana di oggi.
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