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RECENSIONE || Piccoli suicidi tra amici di Arto Paasilinna

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In questa vita la cosa più seria è la morte; ma neanche quella più di tanto.
La malinconia è un avversario più spietato dell’Unione Sovietica.

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f.jpgPiccoli suicidi tra amici è già il secondo romanzo edito Iperborea che leggo grazie alla collaborazione che hanno accettato con il mio blog. Rispetto, però, alla lettura de Il giardino dei cosacchi devo ammettere che nei confronti del romanzo di Paasilinna ho dei sentimenti contrastanti; anche se ciò non significa necessariamente che non mi sia piaciuto.
Il suicidio non è mai un argomento semplice da trattare, ma Paasilinna riesce totalmente a modellare fra le sue mani tematiche importanti, riproponendole tra le pagine del suo romanzo con un tono grottesco e surreale, quasi comico.

Dal secchiello vennero estratte mazzi di banconote, perfino tagli da mille marchi, oltre ad assegni, il più grande dei quali riportava la somma di cinquantamila marchi.
Il donatore era un allevatore di renne, il quale così motivò la generosità del dono: “Soldi ci devono stare se tutta questa truppa la vuol far finita. In Finlandia oggi non ci sta niente che costa poco, nemmeno la morte

Sullo sfondo di una Finlandia cruda e meschina, il direttore Rellonen, stanco e deluso dai ripetuti insuccessi collezionati sino a quel momento nella sua vita, prende l’amara decisione di togliersi la vita.
Si dirige verso un vecchio fienile, quando però si accorgere di non essere il solo in quel lo stesso fienile ad aver preso una decisione così estrema.
Il colonnello Kemppainen aveva già occupato il “palcoscenico” deciso più che mai a farla finita, dopo esser rimasto solo in seguito alla morte della moglie.
I due fanno così conoscenza e da una decisione esasperata come togliersi la vita, Paasilinna contrappone la nascita di un’amicizia. Un’amicizia per niente artificiosa, o fasulla, ma genuina e tragicomica per via delle circostanze in cui si è creata.
Dalla mente depressa dei due tragici amici,  con il passare dei giorni nasce un’idea: e se si potessero riunire in un seminario tutti gli aspiranti suicidi della Finlandia?
Scambiarsi idee ed esperienze, potrebbe essere un modo per affrontare la propria vita e magari per sentirsi meno soli. L’idea è buona ed ha del potenziale, cosa che li spinge a pubblicare un annuncio in merito sul quotidiano locale.
I due amici si ritrovano, così, sommersi dalle lettere di risposta di poveri finlandesi disperati e stufi della vita. Grazie all’aiuto della vicepreside Helena Puusaari, che a sua volta aveva risposto all’annuncio, riescono ad organizzare il tanto atteso seminario dedicato agli aspiranti suicidi, dal quale prende forma un’idea totalmente folle: un suicidio di massa a bordo di un pulmino.
Ed è così che inizia il viaggio assurdo della neonata Libera Associazione Morituri Anonimi, attraversando l’Europa tra risse, campeggio e visite guidate presso i cimiteri locali.

Dall’andamento della conversazione i candidati suicidi cominciarono a farsi l’idea di essere in una condizione tutto sommato migliore di quei connazionali condannati a condurre una grigia esistenza in quella patria miserabile. Un’osservazione che li rese – dopo tanto tempo – finalmente felici.

Come accennato ad inizio articolo, ho dei sentimenti contrastanti verso Piccoli suicidi tra amici. Questo è stato il mio primo approccio con Paasilinna e indubbiamente mi ha colpito la sua particolarità di mettere a confronto due facciate diverse della stessa medaglia. Il concetto di eliminare la vita e il concetto di nascita, principalmente incentrata sull’amicizia e complicità tra i Morituri anonimi.
Condividono, infatti, le stesse paure ed angosce e riescono, quindi, a comprendersi completamente. Contrappone anche il concetto di morte e di amore, sconfitta e rivincita; il tutto sul pulmino in giro per l’Europa, l’elemento più comico a paradossale a mio parere e nonostante ciò funzionante.
Un altro elemento fondamentale sono indubbiamente la vita e la morte che Paasilinna associa al Viaggio. Se inizialmente i Morituri anonimi intraprendono un viaggio che ha come meta il compimento della morte, con l’evolversi degli eventi la meta del viaggio si trasforma sino a cambiare completamente. Ed ecco che l’autore lancia il messaggio che sta alla base del suo romanzo: la meta è in realtà la vita, la quale può essere considerata un viaggio che deve portare alla riscoperta di sé stessi. Riscoprendo sé stessi i Morituri anonimi comprenderanno il vero senso della vita e chissà se vedranno ancora nella morte l’unica soluzione possibile.
I protagonisti hanno dei ruoli ideali, ben scelti dall’autore a mio parere. Il direttore P_20160309_155334_1schiacciato dal peso del fallimento lavorativo e matrimoniale, il colonnello vedovo rimasto unicamente in compagnia dei suoi gradi in esercito e della sua personalità fredda e autoritaria e la preside zitella. Nonostante siano decisamente perfetti, li ho trovati comunque poco approfonditi e con il procedere della storia quasi si perdono in mezzo ai trenta aspiranti suicidi che popolano il pullman.
Ciò che, però, mi ha fatto storcere il naso è in realtà la tipologia di scrittura adottata da Paasilinna. Le brevi descrizioni, ma soprattutto i pochi dialoghi tra i personaggi, mi hanno reso complicato il proseguimento di determinati capitoli; cosa che invece ne Il giardino dei cosacchi ho trovato scorrevole e funzionale alla tipologia di storia. E proprio per lo stile troppo povero e a volte frettoloso, il poco approfondimento dei personaggi che man mano si confondono e dimenticano con lo sfogliare delle pagine e i dialoghi che arrichiscono e incuriosiscono poco, non riesco a dare oltre le due stelline su cinque, con dispiacere perché avevo alte aspettative. Ma questo non mi fermerà nel leggere altri romanzi di Paasilinna del quale ho sempre sentito pareri ottimi, che mi fanno avere ancora qualche speranza.

voto:2

PluffaCalderone

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READING THE FILM || Sette minuti dopo la mezzanotte

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La risposta è che non conta quello che pensi perché la tua mente si contraddirà cento volte al giorno. […]
La mente crede a bugie confortanti, mentre conosce le dolorose verità che rendono necessarie quelle bugie. E la mente ti punisce per il fatto che credi contemporaneamente a entrambe le cose.

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monster_calls_xlg.jpgSettimana scorsa sono letteralmente corsa al cinema per vedere il film tratto dal romanzo “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness, sicuramente uno dei migliori libri per ragazzi in circolazione negli ultimi tempi.
Affermazione di un certo peso, perché pensandoci cosa rende un libro, specialmente se rivolto ad un pubblico giovane, un ottimo prodotto? Le risposte sono molteplici, ma personalmente penso che l’aspetto primario siano le tematiche e la modalità con cui tali tematiche vengano affrontate.
Il romanzo di Patrick Ness si aggiudica a mio parere una vittoria più che meritata e la trasposizione cinematografica non è da meno. Quante volte ci rechiamo al cinema colmi di aspettative ed emozione nel vedere sul grande schermo il film tratto dal nostro romanzo del cuore, per poi uscire dalla sala solamente con un gran amaro in bocca?
Dimenticate questa sensazione, perché il film girato da Juan Antonio Bayona è davvero un gioiello che ridona speranza a noi lettori ormai delusi dagli innumerevoli stravolgimenti letterari.
La storia è una delle più semplici e crudeli, trattata ormai più volte e in diverse salse.
A soli tredici anni, Conor si ritrova catapultato nelle difficoltà e nel dolore del mondo degli adulti. La madre è malata di cancro e quotidianamente Conor se ne prende cura, portando inoltre avanti i lavori di casa.
Il ragazzo però è tormentato da un incubo, che ogni notte lo fa svegliare urlante e zuppo di sudore; sino a quando un giorno riceve la visita di un mostro.
Un tasso prende le sembianze di un mostruoso uomo gigante, destatosi per raccontare a Conor tre storie, alla fine delle quali toccherà al ragazzo raccontare al mostro la quarta storia che, però, dovrà corrispondere alla verità più segreta di Conor.

C’era una volta un uomo invisibile, che s’era stufato di non essere visto da nessuno. Non che fosse davvero invisibile. Il fatto era che la gente si era abituata a non vederlo. E se nessuno ti vede, esisti davvero?

Il ragazzo non comprende se il mostro sia reale o un brutto scherzo nato dai suoi sogni, si ritroverà quindi ad affrontare il degeneramento della malattia della madre tra bullismo scolastico, una nonna rigidamente diversa da lui e un padre ormai sconosciuto, preso dalla sua nuova famiglia americana. Apparentemente nulla di innovativo, ma come dicevo è come determinati temi vengono trattati a fare la differenza.
Leggendo vari pareri e recensioni ho riscontrato che per molti il tema focale su cui tutta la storia di Conor è costruita sia quello della malattia della madre, ma andrò controcorrente dissociandomi da questa opinione.
Attenzione, di certo la malattia è un elemento importante del romanzo, ma non quello principale che personalmente ho riscontrato nella Rabbia.
Conor è arrabbiato con il mondo, una rabbia che non risparmia nessuno. Nonna, amici e la madre stessa ed è proprio questo che lo rende un personaggio reale. Ness è davvero magistrale nel rendere Conor e i suoi sentimenti tipici di un bambino vero e non quelli dello stereotipo del bambino buono, bravo e gentile con tutti.
Il romanzo ci comunica che, a volte, sentimenti negativi come in questo caso la rabbia, siano sentimenti più che giusti da provare e che vanno accolti e non respingerli o vergognarsene.

«Non capisco. Chi è il buono in questa storia?»

Non sempre c’è un buono. Come non sempre c’è un cattivo. La maggior parte delle persone è una via di mezzo fra le due cose.

Un ulteriore elemento che rende la pellicola valida tanto quanto il romanzo, sono gli attori selezionati. Ciò che mi ha stupito è come i personaggi non siano stati modificati per rendere la pellicola più appetibile, ma siano stati resi esattamente come nella storia.coverlg
E’ come incontrare un vecchio amico che non vedevi da anni.
Hai paura che il tempo l’abbia cambiato, ma scopri che in realtà è sempre rimasto lo stesso.
Felicity Jones, la madre, è incantevole anche interpretando una donna malata di cancro; l’intramontabile Sigourney Weaver è perfetta nel ruolo della nonna rigida, maniaca del controllo, allo stesso tempo di una madre che deve fare i conti con la perdita di una figlia. Ma il protagonista indiscusso è senza ombra di dubbio Lewis MacDougall, ossia Conor.
La sua recitazione è disarmante e lascia letteralmente senza parole. Non è facile, specialmente per i piccoli attori, trasmettere determinate emozioni come la rabbia, l’angoscia, la paura o il dolore, ma MacDougall ci riesce alla perfezione lasciando lo spettatore sommerso da una montagna di fazzoletti spiegazzati ed umidicci. E’ soprattutto nella realizzazione dell’incubo che perseguita Conor che il piccolo attore da il meglio di sé, con un’interpretazione a dir poco eccellente della paura tipica degli incubi.
Naturalmente è doveroso doversi soffermare anche sul personaggio del mostro, da cui sono rimasta affascinata. Già nel romanzo, caratterizzato da disegni mozzafiato che contribuiscono a stuzzicare maggiormente la fantasia del lettore, ne ero rimasta piacevolmente colpita.
Nel film è come se i disegni del romanzo raffiguranti il mostro prendessero vita per renderlo allo spettatore tangibile grazie alla grafica, inappuntabile, ricca di dettagli.

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Le storie raccontate dal mostro si animano e ricordano molto lo stile utilizzato da David Yates per realizzare la storia dei tre fratelli nel film Harry Potter e i doni della morte parte 1, che ho trovato davvero incantevole.
Ci sono molti film importanti, ma quando uno di questi film è rivolto ai ragazzi in qualche modo lo diventa ancora di più. Leggete il romanzo e subito dopo aver girato l’ultima pagina, correte al cinema per vedere il film come ho fatto io. Non per piangere, come spesso accade, per la malattia o per la morte. No.
Per comprendere quanto determinati sentimenti siano fondamentali e a volte, anche se negativi, semplicemente giusti e comprensibili.

voto:5

PluffaCalderone

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Recensione || Le Ragazze di Emma Cline

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Alzai gli occhi per via delle risate, e continuai a guardare per via delle ragazze.
Notai prima di tutto i capelli, lunghi e spettinati. Poi i gioielli che brillavano al sole. Erano in tre, così lontane che vedevo solo la periferia dei loro lineamenti, ma non importava: capii subito che erano diverse da tutte le altre persone nel parco. […]
Le studiai fissandole in maniera spudorata, evidente: sembrava impossibile che potessero alzare gli occhi e notarmi.floral-line

Ultimamente sul web c’è stato un romanzo molto discusso per via della storia e temi trattati, ma soprattutto per l’autrice la quale si è distinta per via della sua giovane età.
Emma Cline, infatti, a soli 27 anni ha esordito con il romanzo rivelazione degli ultimi mesi “Le ragazze”.
Non sono una grande amante delle storie che girano intorno a droghe, sesso e violenza. In questo senso, non ho mai apprezzato ad esempio grandi capolavori cinematografici che ho sempre evitato come la peste, quali Blow o Trainspotting; ma con la Cline è stato diverso. Una di quelle letture a cui ripensi nel tuo letto sotto le coperte, prima che il sonno prenda il sopravvento. Un continuo rimando alle scene, ai dialoghi e all’ambiente di una California che non rispecchia quella a cui siamo abituati soleggiata e ricca di surfisti intenti a cavalcare le onde, ma una California degli anni ’70 cupa e malandata proprio come i fatti realmente accaduti a cui la Cline si è ispirata.
Gli eventi, anche se romanzati, da cui l’autrice ha preso spunto per la realizzazione del romanzo sono quelli che hanno reso la Family capeggiata da Charles Manson famosa per diversi omicidi tra cui l’assassinio presso la villa di Roman Polansky, regista noto per film come Il pianista. Tra i vari omicidi, questo fu quello che suscitò più scalpore in quanto venne presa di mira la moglie del regista, incinta di otto mesi e alcuni amici casualmente presenti alla villa quel giorno; omicidi portati a termine dalle ragazze della Family le quali erano tutte soggiogate dal carisma di Manson, che le plagiò per i propri interessi malavitosi.

18049945_120332000290185827_668441502_o.jpgDetto ciò, non fatevi ingannare dai temi forti in quanto fanno solamente da cornice alla storia di Evie, protagonista del romanzo.
Forse il tema principale è l’adolescenza e quel senso di ricerca e appartenenza ad un gruppo che tutti, magari non in egual misura, abbiamo provato.
Infatti Evie, ormai quattordicenne, si ritrova ad accogliere una nuova estate in completa solitudine, con due genitori divorziati ed egoisti, una “migliore amica” che le chiude le porte in faccia dopo un litigio senza nemmeno fare lo sforzo di comprenderne le motivazioni e la consapevolezza che la fine delle vacanze decreterà la sua “detenzione” presso un collegio femminile. Ed è proprio in preda alla solitudine che Evie verrà travolta dal ciclone delle Ragazze, non particolarmente belle ma caratterizzate da un’aura selvatica ed invitante tanto da catturare l’attenzione della ragazza e portarla a rompere quella sua noiosa routine passata a fumare erba scadente e ad indossare abiti troppo succinti per la sua età.
Sarà soprattutto per via di Suzanne che si farà convincere a seguirle al loro ranch, un luogo logoro e decadente che agli occhi di Evie appare invece un’oasi di libertà e protezione.

Avevo un’età in cui esaminavo e classificavo all’istante le altre ragazze, tenendo perennemente il conto di tutti i miei difetti, e mi accorsi subito che quella coi capelli neri era la più carina. […] Aveva attorno a sé un’aura di distacco dal mondo terreno, e portava un vestitino largo e sporco che le copriva a malapena il sedere.

Tutto è pronto per una festa e tutti sono in trepidante attesa di Russell, il “capo-salvatore” del ranch dotato di un carisma magnetico, sostenitore di sesso libero e droghe. Dopo quella prima sera, Evie diventerà un’abitudinaria tra le mura cadenti del ranch tanto da stringere un legame sempre più trasgressivo con Suzanne, sentendo il perenne bisogno della sua approvazione o semplicemente sfiorarle amorevolmente i lunghi capelli neri intente in spettinate acconciature.
La scrittura della Cline è altamente evocativa, colma di affascinanti metafore che contribuiscono ad arricchire l’immaginazione del lettore, ma anche molto cruda non risparmiando la storia da scene estremamente dettagliate arricchite da un linguaggio diretto e che non si fa scrupoli per gli animi più sensibili.
L’autrice è minuziosa nel proporre scene di sesso minorile o di uso di droghe con la stessa semplicità di una boccata a pieni polmoni. Apre le porte della mente di una ragazzina, un’adolescente talmente desiderosa di attenzioni e di un senso di appartenenza, da non vedere ciò che realmente la circonda.
Evie è una protagonista ambigua e complessa, in quanto inaffidabile. Il ranch le si mostra sin dal primo istante per quello che è realmente, un luogo decadente e maleodorante in preda ad una sporcizia infetta, una cucina piena di cibo proveniente dalla spazzatura, adolescenti che non badano all’igiene e bambini nati da sesso libero lasciati a scorrazzare nel lerciume.
Eppure ai suoi occhi appare come uno stile di vita meravigliososelvaggio ed avventuroso; la Cline, però, ci mostra anche un’Evie più matura.

A quell’età, il desiderio era spesso un atto di volontà. Uno sforzo tremendo per smussare gli spigoli più ruvidi e deludenti dei ragazzi donandogli la forma di persone che potevamo amare. Parlavamo del nostro bisogno disperato di loro con parole trite e familiari, come se stessimo leggendo le battute di un copione teatrale. A distanza di anni avrei capito questo: quant’era impersonale e disorientato il nostro amore, che mandava segnali a tutto l’universo sperando di trovare qualcuno che desse accoglienza e forma ai nostri desideri.

La scelta di dividere il romanzo tra il presente della protagonista ed i flashback datati
nel 1970 è funzionale per comprendere la maturazione e la presa di coscienza di Evie, la quale a posteriori si rende conto delle condizioni 1di vita del ranch eccessivamente estreme e della pazzia di Russell nascosta sotto quella sua promessa di salvezza eterna. E’ una donna ancora sola, ma ormai svegliatasi da quella sua ricerca disillusa di accettazione e intenta a proseguire la sua vita da persona estranea agli omicidi commessi dalle ragazze, dalla sua Suzanne, la quale Evie, mossa da un amore recidivo, tende ancora a giustificare o ad attribuirle motivazioni assurde nonostante la confessione del gruppo degli omicidi.
Trovo, inoltre, affascinante come in un romanzo tutti i personaggi presenti tra le pagine siano estremamente negativi. Evie pericolosamente ingenua e accecata dall’amore per Suzanne tanto da non vedere la realtà, le ragazze soggiogate dal profetismo fascinoso di Russell e, appunto, Russell folle e preda dei suoi desideri ed istinti violenti.
Come già ribadito non amo questo genere, ma la Cline mi ha letteralmente affascinata romanzando un mondo reale e diretto, come una schiaffo. Ti fa soffrire, ma il bruciore dell’impatto serve a farti riflettere.

voto: 5

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Titolo:
Le Ragazze
Autore: 
Emma Cline
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 344
Prezzo: 18,00 euro
Trama: Evie voleva solo che qualcuno si accorgesse di lei. Come tutte le adolescenti cercava su di sé lo sguardo degli altri. Un’occasione per essere trascinata via, anche a forza, dalla propria esistenza. Ma non aveva mai creduto che questo potesse accadere davvero. Finché non le vide: le ragazze. Le chiome lunghe e spettinate, i vestiti cortissimi. Il loro incedere fluido e incurante come di «squali che tagliano l’acqua». Poi il ranch, nascosto tra le colline. L’incenso, la musica, i corpi, il sesso. E, al centro di tutto, Russell. Russell con il suo carisma oscuro. Ci furono avvertimenti, segni di ciò che sarebbe accaduto? Oppure Evie era ormai troppo sedotta dalle ragazze per capire che tornare indietro sarebbe stato impossibile?

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RECENSIONE | Your Name

Ci sono volte quando mi sveglio la mattina che… non so per quale motivo, ma mi ritrovo con le lacrime agli occhi.
Il solito sogno che ho fatto, ma che non riesco mai a ricordare.
Però la sensazione di aver perso qualcosa, quella rimane anche dopo molto tempo.

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Negli ultimi anni la cultura giapponese sta raggiungendo sempre più la parte occidentale del mondo, soprattutto nel nostro paese. Si nota principalmente con le fiere a tema, dove numerosi partecipanti vi si recano anche in Cosplay ossia la pratica di travestirsi da personaggi di anime o fumetti.
Per quanto riguarda il cinema invece? I cinema italiani non lasciano molto spazio ai film del Paese del Sol Levante ai quali si dedicano non più di tre giornate di proiezione, ma quest’anno il grande schermo si è dovuto ricredere con il film
your-name.jpegrivelazione di Makoto Shinkai, Your Name il quale, dati gli incassi, è stato riproposto diverse volte sino all’ultima proiezione in occasione di San Valentino.
Per chi fosse nuovo rispetto al mondo degli Anime, sappiate che non limitano la propria visione ad un pubblico per bambini, ma molto spesso sono rivolti anche ad adolescenti ed adulti come nel caso di Your Name, una storia d’amore caratterizzata da un tocco di paranormale. I giapponesi hanno una visione particolare dell’amore, esistono infatti diverse parole per descrivere le diverse sfumature o fasi dell’innamoramento, che noi tendiamo ad esprimere semplicemente con la frase Ti amo. Stessa cosa se parliamo del destino, il quale dal popolo giapponese è visto come un filo rosso che lega due persone di qualsiasi sesso, età o etnia. In Giappone esiste la filosofia secondo cui non importa in che parte di mondo tu ti possa trovare e quanto tempo ci vorrà prima di incontrare la tua metà che sta all’altro capo del filo rosso. L’incontro è scritto, è destino.
Lo stesso destino che lega Mitsuha, una giovane studentessa della piccola città di montagna di Itomori e Taki, uno studente di Tokyo.
I due non si conoscono, ma per un inspiegabile scherzo del destino, improvvisamente si tumblr_ochdzu3fW41roj09io2_1280risvegliano l’uno nel corpo dell’altro, diventando i protagonisti di scambi di breve durata, che solitamente finiscono andando a dormire a fine giornata. I due non ne capiscono il meccanismo e non sanno cosa sia a scatenare gli scambi, ma trovano di comune accordo delle regole da rispettare per non invadere la privacy dell’altro.
Pur non vedendosi mai rispettivamente nei propri corpi, i due ragazzi imparano a conoscersi, a condividere le usanze di due città completamente diverse e ad apprezzare amici diversi rispetto a quelli di una vita intera; tanto che pian piano nasce un’affinità. Improvvisamente il film cambia atmosfera. Infatti gli scambi fra Taki e Mitsuha finiscono e se prima noi spettatori avevamo assistito alle vite di entrambi i ragazzi, ora rimaniamo solamente con Taki il quale non riesce a contattare telefonicamente Misthua e non comprende quale sia stato il fattore che abbia fatto svanire gli scambi.
Spinto dal desiderio di capire, Taki decide di prendere un treno per Itomori ed incontrare finalmente Mistuha di persona, vestendo i panni di se stesso .
Il viaggio è complicato, inspiegabilmente Taki non ricorda il nome della cittadina di montagna dove vive la ragazza e riesce solamente a farne un ritratto, grazie al quale riuscirà ad arrivare a destinazione. La verità viene a galla ed è sconvolgente sia per Taki, sia per noi che siamo rimasti in sala impazienti dalla voglia di scoprire dove sia finita Mitshua. Scopriamo che la ragazza ha effettivamente vissuto ad Itomori, ma tre anni prima rispetto al presente di Taki. your-name-mitsuha-miyamizu-taki-tachibana-tears-stars-couple-romance-anime-8165-resized.pngNon posso dirvi altro in merito a come si sviluppano le vicende, a dove sia Mitshua e a come Taki affronterà determinati problemi, in quanto rischierei di farvi enormi spoiler, anche perché la bellezza di questa pellicola sta nel fatto che le spiegazioni di determinati eventi o azioni che inizialmente non si riescono a comprendere, non vengono fornite immediatamente ma vengono mostrate lentamente, raccontante man mano che le scene si susseguono. Personalmente ho apprezzato questa modalità, in quanto ci vengono forniti accenni, spunti che contribuiscono a farci formulare delle ipotesi che vengono poi totalmente demolite dalla scena successiva che spiega ciò che realmente sta accadendo, ben lontano da quello che avevamo pensato precedentemente. La storia, nella sua semplicità, è a mio parere sorprendente e vera.
Il fatto di sentirsi nel posto sbagliato, inadeguati per il proprio contesto sociale o di sentire che manca qualcosa che si aspetta da molto tempo, ma non comprendere cosa o chi. Mitsuha e Taki sono questo, sono reali e caratterizzati alla perfezione con i pregi ed i difetti o debolezze tipiche degli adolescenti, come il non poter resistere dal mangiare dolci o il segreto desiderio di poter sentire cosa si provi a sfiorare il corpo dell’altro sesso; il tutto riportato con scene comiche inserite al punto giusto, per non rendere il film la solita storia d’amore e di destino trita e ritrita.
I disegni di Makoto sono lo sfondo ideale per questo racconto adolescenziale, un tocco di aria fresca tipica della cultura giapponese, per cui ho una particolare passione.
Trovo siano totalmente differenti dallo stile dello Studio Ghibli, rimasto ad un tratto retrò caratterizzato da facce paffute e occhi piccoli, Makoto preferisce optare per uno stile da mangaka moderno con colori pastello e figure slanciate, con occhi decisamente più grandi ed occidentali.
Da credente nel destino, ho apprezzato l’associazione al filo rosso che lega due animeyour-name-3 gemelle e il fatto che ci venga spiegato dallo stesso Makoto ad inizio film, particolarità che non avevo mai visto in nessun anime che ho collezionato sino ad ora nelle mie visioni. Ci spiega le motivazioni che lo hanno spinto a voler girare Your Name e come lui (e in generale i giapponesi) intendano l’amore e il destino, da qui l’associazione al filo rosso.
Qualche giorno dopo la visione ho comprato il romanzo di Your Name, sul quale però non voglio dilungarmi, in quanto ne sono rimasta molto delusa.
La delusione relativamente al romanzo non comporta un cambiamento del mio parere in merito alla pellicola, semplicemente penso che questa pubblicazione si poteva evitare.
Diciamo che segue il filone di Harry Potter e la maledizione dell’erede, ma con qualche differenza. Infatti non vi sono solamente le battute dei personaggi, ma anche descrizioni di scene o pensieri dei protagonisti il tutto però molto frivolo e con un linguaggio troppo colloquiale decisamente non adatto ad un romanzo ed è un peccato in quanto il tentativo c’è e si nota la differenza rispetto semplice copione su pagina di Harry Potter, ma purtroppo con poco impegno nell’approfondire la scrittura che poteva contribuire alla realizzazione di un romanzo piacevole.
Io non posso che consigliarvi la visione del film, in quanto merita la fama che si è creato.
Diamo spazio alle pellicole orientali, le quali molto spesso hanno un messaggio ben preciso che si cela tra le scene.

voto:5

PluffaCalderone
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#LettureIndipendenti – L’importanza dell’editoria indipendente

Quando frequenti una Libreria Indipendente dici no a una cultura omologata e standardizzata, perché ogni libreria è un universo da esplorare, nato dalla passione e dall’impegno di chi ci lavora, dove ottieni un valore aggiunto, dato da tutti quei servizi legati alla promozione e di diffusione della lettura che valgono più dello sconto.

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17668923_10212505831942123_2041644643_oNei giorni scorsi si è tenuto a Milano, il Book Pride 2017, per chi non fosse avvezzo al nome si tratta della fiera dedicata all’editoria indipendente, organizzata da Odei ossia un’associazione
nata per dare voce proprio all’editoria indipendente. A questa terza edizione erano presenti 200 case editrici, le quali hanno allestito i loro stand ed esposto i romanzi in essere all’interno del catalogo o anche libri in grande anteprima. Oltre agli espositori vi era un fitto programma delineato su tutte e tre le giornate dedicate all’evento, molti eventi districati tra la presentazioni di romanzi o dibattiti riguardanti determinate tematiche rapportate all’editoria. E’ chiaro, quindi, come Book Pride voglia proporsi come la vetrina di chi ha l’orgoglio di essere indipendente, dando spazio a quelle realtà che portano avanti la cosiddetta editoria di progetto: in grado cioè di proporre un lavoro di ricerca e di proposta, al di là di regole e condizionamenti di mercato.
Nelle mie vesti da blogger, mi sono recata all’evento, in due manche differenti: la prima focalizzata interamente sugli stand, ispezionando i titoli, comprando romanzi o conversando con gli espositori, mentre la seconda per assistere al dibattito “Il web e i social media per comunicare e promuovere l’editoria indipendente” e devo dire che molte sono le conclusioni a cui sono giunta a fine fiera.
Quando parliamo di editoria, ci addentriamo in un campo insidioso in quanto ognuno ha le proprie idee in merito. Inoltre, viviamo in un’era in cui l’editoria parallela al Marketing, la cui unica legge da rispettare è quella di VENDERE! Nell’era dove vige la letteratura di consumo e commerciale siamo inevitabilmente sommersi da contenuti di ogni genere, di conseguenza ad un’alta richiesta corrisponde un inevitabile abbassamento della qualità, ritrovandoci così a passeggiare tra gli scaffali dei colossi dell’editoria, sommersi da “romanzi” impersonali e (se non privi del tutto) con una qualità alquanto discutibile. Ecco perché siamo circondati da romanzi fatti con lo stampino (che seguono determinati filoni, quali la Distopia, l’Urban Fantasy, gli Young Adult o i recenti libri degli “Youtuber”), copie dei “best seller” del mese prima, che hanno puramente lo scopo di fornire al lettore quella certezza tanto ricercata. La classica comfort zone, la certezza che se17668798_10212505832662141_1605912323_o hai amato una determinata serie di romanzi, di conseguenza amerai anche la nuova serie appena pubblicata. Ovviamente non ho scoperto l’acqua calda, questa tecnica di vendita è sempre esistita, ma ora più che mai vi è un sovraffollamento e sfruttamento di tale metodo, soprattutto dalle grandi case editrici che hanno l’unico scopo di ottenere dei facili guadagni portando così sui nostri scaffali della mera letteratura di consumo. Tutto ciò per arrivare alle tanto attese conclusioni alle quali sono giunta successivamente al Book Pride, conclusioni che mi hanno spinta ad aprire le braccia ad un nuovo progetto. Credetemi, nulla di innovativo e rivoluzionario, forse non sarò ne la prima ad aver avuto un’idea di questo tipo e non sarò nemmeno l’ultima; ma mi piace pensare che quando si vuole portare un cambiamento la prima cosa che bisogna fare è partire da se stessi.  Ecco perché do’ il via la progetto #LettureIndipendenti, con il quale da ora in avanti voglio prefissarmi l’obiettivo dell’acquisto di titoli indipendenti e per la maggior parte presso librerie indipendenti. Mondadori, Feltrinelli, Amazon o IBS vorrei chiuderli in un cassetto e dare il mio contributo ad altre realtà che si impegnano a dare spazio e voci ad autori e case editrici che nel loro lavoro vi mettono 17622179_10212505834662191_1756883377_opassione ed impegno per esporre titoli di qualità e che abbiano dei reali contenuti da offrirci. Ovviamente pubblicherò delle recensioni dedicate, in modo da contribuire maggiormente alla diffusione del progetto che reputo molto importante e significativo e con il Book Pride ho dato ufficialmente il via ai primi romanzi selezionati per #LettureIndipendenti acquistando La vedova Van Gogh di Camilo Sànchez edito da Marcos y Marcos, focalizzato sulla figura di Johanna moglie di Theo, fratello di Van Gogh, senza la quale oggi non conosceremmo Van Gogh come artista, Le nostre anime di notte di Kent Haruf edito da NN editore, una storia di amicizia e di amore tra due vedovi e di come affronteranno i giudizi della cittadina di Holt ed infine E’ il tuo giorno, Billy Lynn di Ben Fountain edito da Minimum Fax, racconta del ritorno in patria della squadra Bravo dopo la guerra in Iraq, in occasione del Victory Tour ossia una popolare partita di football del Giorno del Ringraziamento, veniamo quindi a conoscenza delle sensazioni dovute al rientro tra feste e sport in contrapposizione al breve ritorno in guerra viste dal giovane caporale Billy Lynn.
Siamo circondati ormai solamente da editoria commerciale, con questo progetto non voglio portare qualcosa di nuovo, ma vorrei portare a dei miglioramenti nei miei acquisti e se questo allo stesso tempo può contribuire al sostegno della vera editoria, allora non mi resta che rimboccarmi le maniche.

PluffaCalderone
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Titolo:
La vedova Van Gogh
Autore:
Camilo Sànchez
Editore: Marcos y Marcos
Numero di pagine: 192
Prezzo: 16,00 euro
Trama: Cieli, occhi, corvi, girasoli: dovunque giri lo sguardo, Johanna vede dipinti di Van Gogh. Splendono nel buio, la svegliano all’alba; prima del canto degli uccelli, prima dei rumori di Parigi che riparte. La gente non li capisce, non li ama. Li usa come fondi d’armadio, per tappare i buchi del pollaio. Van Gogh si spara al petto e con lui se ne va il fratello Theo, inseparabile anche nella morte. Johanna resta sola con un piccolino nella culla: si chiama Vincent come suo zio.
Lui e i dipinti illuminano il nero che l’ha avvolta. Vedova giovane, torna in Olanda e si prepara a lottare; le hanno insegnato che bisogna dominare il mare per meritarsi la terra. Apre una locanda in campagna, fa arrivare da Parigi i quadri di Van Gogh. Dal soffitto al pavimento, li appende in ogni stanza: è il suo omaggio all’artista che sognava una repubblica del colore, il primo museo segreto. Di giorno Johanna accoglie gli ospiti, cresce suo figlio. Di notte apre la valigetta che per Theo era sacra e si immerge nelle lettere di Van Gogh. Annota parole, isola passaggi di pura poesia. Le affidano una missione, le indicano la strada. Oltre le porte chiuse, il disprezzo, la selva dei no. Il primo sì è il disegno venduto a un cliente argentino. La prima mostra la ospita all’Aia una donna senza pregiudizi. Poi il vento gira, vengono i buoni incontri, gli incroci fortunati; il tempo corre, vola, le mostre si moltiplicano e Vincent van Gogh entra nella Storia. Johanna, finalmente, può camminare guardando il cielo dopo la pioggia, respirare leggera, aprire altre porte. Tornare a smarrirsi in un sorriso, nel gioco meraviglioso dei corpi. Una storia vera, bellissima, mai raccontata.  La storia della donna che ha consegnato al mondo l’arte di Van Gogh.

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Titolo:
Le nostre anime di notte
Autore:
Kent Haruf
Editore: NN edizioni
Numero di pagine: 176
Prezzo: 17,00 euro
Trama: È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me? Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto. Dopo la Trilogia della Pianura, Le nostre anime di notte è il sigillo perfetto all’opera di Kent Haruf, uno dei più grandi interpreti della letteratura americana contemporanea.

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Titolo: E’ il tuo giorno, Billy Lynn
Autore:
Ben Fountain
Editore: Minimum Fax
Numero di pagine: 398
Prezzo: 14,45 euro
Trama: I dieci soldati della squadra Bravo hanno compiuto una coraggiosa azione di guerra in Iraq, immortalata per caso dalle telecamere di un tg; trasformati di colpo in eroi nazionali, vengono richiamati in patria per due settimane di Victory Tour (interviste in tv, visita alla Casa Bianca, comizi pubblici aperti dal sermone di un predicatore), che culminano nell’apparizione come ospiti d’onore alla tradizionale, popolarissima partita di football del Giorno del Ringraziamento. Durante questa fatidica giornata, fra le strette di mano ai petrolieri texani, le canne fumate di nascosto, il trauma ancora vivissimo della recente morte di un compagno, la sensualità delle cheerleader, le avances di Hollywood e una proposta di diserzione, il diciannovenne caporale Billy Lynn cerca di non impazzire: la mattina dopo, la squadra deve tornare al fronte. La spettacolarizzazione dello sport e della guerra, il conflitto di classe, lo strapotere dell’entertainment e del mercato, ma anche la forza dell’amicizia, la paura della morte, la scoperta dell’amore: c’è tutto questo, in un romanzo scatenato e brillante, osannato dalla critica, che ha consacrato il suo autore come una delle migliori voci della letteratura americana di oggi.
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RECENSIONE || Il giardino dei cosacchi di Jan Brokken

Nella vita mirava a tre sole cose: scrivere (confessava al fratello in tutta umiltà che riteneva di avere talento), pubblicare (le due cose erano per lui indissolubilmente legate; scriveva per essere letto e non per il proprio piacere, ma non poteva pubblicare finché non fosse stato riabilitato) e sposare l’amore della sua vita.
In quell’ordine.

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17408029_10212419249257610_1779140015_oSono una ragazza che crede molto nel destino. Mi piace pensare che se qualcosa deve accadere, in qualche modo accadrà prima o poi. Forse non nel preciso istante in cui lo desideriamo, ma un giorno avverrà e per me quel tanto atteso “qualcosa” effettivamente è accaduto. Giusto qualche giorno fa, ho pubblicato un articolo in cui ho voluto condividere qui il mio disagio nato e cresciuto a dismisura per via di alcuni romanzi che, ormai, non sono più nelle mie corde da lettrice. Ho condiviso il disagio che, già da troppo tempo, mi ha accompagnato e che non mi ha permesso di trarre alcuna soddisfazione dalle letture intraprese. Come dicevo, credo molto nel destino e la collaborazione con Iperborea non poteva capitare in un momento migliore. Forse vi potrà suonare anche esagerato considerato che i soggetti in questione per alcuni sono “solo libri” e me ne dispiace, perché in questo caso non penso che intendiate la lettura come la intendo io. Ho concluso Il giardino dei cosacchi qualche giorno fa, ma ho atteso per scriverne la recensione. Ho atteso, in modo tale da tenere ancora per un po’ solo per me l’esclusiva sulle emozioni che mi ha provocato. Per quasi un anno ho avuto dentro solo insoddisfazioni, ma Jan Brokken ha saputo eliminarle tutte sino all’ultimo frammento per aprirmi, invece, le porte ad una letteratura totalmente nuova e colma di trepidazione, solamente raccontando una storia. Ma non fatevi fuorviare dai termini, questa storia è tutto tranne che semplice. D’altronde abbiamo mai letto di amori, guerre, libertà, diritti, battaglie o amicizie semplici?

«So di aver fatto cose insensate per lei e non ho quasi più nessuna speranza, ma in ogni caso me ne infischio. Non penso che a quello.Vederla, sentirla, nient’altro! Sono un povero stupido! Amare così è una malattia!»

Queste sono le tematiche racchiuse all’interno de Il giardino dei cosacchi, raccontate attraverso l’amicizia tra il barone Alexander von WrangelFédor Dostoevskij… sì lo stesso Dostoevskij de L’idiota o Delitto e Castigo, ma qui Brokken vuole mostrare soprattutto il Dostoevskij autore de Memorie dalla casa dei morti.
Siamo, infatti, nella San Pietroburgo del 1849 dove, in seguito all’essere stato accusato di un complotto nei confronti dello Zar, Fëdor viene risparmiato proprio di fronte al plotone d’esecuzione. Gli viene risparmiata la vita, a patto di scontare una pena come deportato in Siberia, un luogo ostile e desolato. Qualche anno dopo, Alexander viene nominato procuratore della città kazaca dove Dostoevskij sta scontando ancora la pena, in trepidante attesa di ricevere la grazia. E’ proprio sul cupo sfondo della città di Semipalatinsk che i due si incontrano e tra i quali nasce una profonda amicizia, fatta di confidenze e condivisioni di gioie e dolori. Due uomini in perenne balia dell’amore per due donne sposate, uniti nell’impegno intellettuale e trasportati dagli eventi storici dell’epoca; si sosterranno a vicenda celebrando la loro amicizia nel rifugio rinominato Il giardino dei cosacchi, una vecchia dacia in mezzo alla steppa che i due amici trasformano in un luogo in cui dar sfogo al loro illimitato raziocinio.
E’ davvero interessante come Brokken abbia ricostruito, seppur magari romanzando determinati eventi, l’intera storia nata tra i due solamente basandosi sulla corrispondenza epistolare che il barone Alexander e Dostoevskij si scambiarono nei diversi anni di amicizia. Altrettanto interessante è stato conoscere come Dostoevskij abbia preso spunto dalle sue tristi esperienze per la realizzazione dei suoi scritti, soprattutto in merito a Memorie dalla casa dei morti per il quale fa riferimento alla sua terribile esperienza da deportato.
L’angoscia dell’esperienza vissuta e la successiva sofferenza derivata dalla sua impossibilità di pubblicazione che era a rischio di grandi e gravi censure, viene tutta riportata su carta ed è palpabile in tutta la lettura nello stato d’animo che accompagna perennemente Dostoevskij.

«Non avrei dovuto farlo. Non ero me stesso. Quando me lo hanno chiesto, ho risposto di no. Ovviamente avevo paura di un attacco. Poi hanno continuato ad insistere, dicendo che i miei lettori avevano tanta voglia di vedermi e di sentirmi dopo il lungo periodo dell’esilio, non potevo ritirarmi… Non riesco mai a dire di no, mai, mai, non riesco mai a negare niente alla gente. La prima lettura dopo il mio ritorno… Dio mio, se non ci fosse stato voi, sarebbe andata a finire male. Voi mi avete salvato. Voi, tu, voi, tu… caro amico del Giardino dei cosacchi… »

Gli eventi raccontati dal punto di vista del barone sono davvero ottimali per comprendere quanto la sua giovane età non comporti di conseguenza ingenuità in quanto Alexander, nel corso degli eventi, sarà colui che si batterà con più impegno per donare a Fëdor la grazia, cercando di riabilitarlo e di concedergli la possibilità di poter nuovamente pubblicare le sue opere senza la paura di una censura; aggiudicandosi di conseguenza la stima e l’affetto di Dostoevskij.
Sono rimasta altrettanto affascinata dalla tipologia di amore che viene raccontato, un amore antico e onesto. Premuroso ed impaziente di sbocciare in tutta la sua passionalità. Tanto quanto la sofferenza e la solitudine, tra le pagine è puramente percettibile ciò che l’amore è in grado di scatenare nell’animo umano, ciò grazie all’intensità di alcuni termini, a tratti semplici, utilizzati da Brokken. Ed è proprio questo uno dei punti di forza del romanzo, lo stile utilizzato dall’autore del tutto scorrevole, leggero, semplice e allo stesso tempo sorprendente, trattando temi che molti rischiano di far risultare solamente pesanti.

Una sera gli chiesi senza giri di parole cosa lo attraesse tanto in Marija Dmitrievna. Non dovette pensarci a lungo.
«L’ignoto.»

E nonostante tutto, può lo stesso romanzo che ti ha 17408530_10212411904914006_542576765_ofatto riscoprire l’amore per la lettura, farti versare lacrime amare non appena girata l’ultima pagina? La risposta è un gigantesco e sofferente SI’, può eccome. Non appena finito il romanzo, tutto ciò che Alexander e Dostoevskij con la loro profonda amicizia mi avevano insegnato, è stato totalmente stravolto e messo in discussione. Non ero pronta ad un finale di tale portata e, quindi, è questo un aspetto negativo? Assolutamente NO, è proprio dopo aver metabolizzato l’evento finale che si comprende la potenza di questo romanzo e l’importanza di ogni singola pagina.
Ultimo, ma non meno importante, ho apprezzato l’utilizzo delle note in fondo al romanzo, le quali hanno donato alla lettura un ulteriore stimolo di venir a conoscenza dati e fatti realmente accaduti nello scenario russo.
Leggetelo. Leggetelo. Leggetelo e non ve ne pentirete. Non poteva capitarmi romanzo migliore in questa mio desiderio di nuove e differenti letture che lascino il segno.

voto:5

PluffaCalderone
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Titolo: Il giardino dei cosacchi
Autore:
Jan Brokken
Editore: Iperborea
Numero di pagine: 400
Prezzo: 18,50 euro
Trama: San Pietroburgo 1849, Fëdor Dostoevskij è davanti al plotone d’esecuzione, accusato di un complotto contro lo zar. Solo all’ultimo secondo viene risparmiato dalla morte e deportato in Siberia. Il ventenne Alexander von Wrangel, barone russo di origini baltiche, ricorda bene la scena quando qualche anno dopo è nominato procuratore della città kazaca dove Fëdor sta ancora scontando la pena, nella logorante attesa della grazia. Due spiriti affini, uniti dal fervore etico e intellettuale e innamorati perdutamente di due donne sposate: il giovane baltico della femme fatale Katja, e Dostoevskij della fragile ed eternamente infelice Marija. Confidenti, complici e compagni di sventura, Fëdor e Alexander si aggrappano uno all’altro come a un’ancora di salvezza nella desolazione siberiana, riuscendo a ritagliarsi un rifugio nel «Giardino dei cosacchi», vecchia dacia in mezzo alla steppa che diventa un’oasi di pensiero e poesia nella corruzione dell’Impero. In un appassionante romanzo «russo» basato su documenti, memorie e lettere giunte fino a noi, Brokken racconta un’amicizia che si intreccia alla storia politica e letteraria di un paese e attraverso la voce del barone Von Wrangel ricompone un ritratto intimo del grande autore ottocentesco. Un uomo «esiliato, tormentato, umiliato e risorto con le sue ultime forze», che vive la scrittura come una necessità febbrile e un’ossessiva indagine sul lato oscuro dell’animo umano, in perenne lotta con i debiti, la malattia e una vita estrema in cui riecheggiano tanti motivi dei suoi capolavori letterari.

L’autore

20121011095835_Brokken3Scrittore, giornalista e viaggiatore olandese. Noto per la capacità di raccontare i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi romanzi di successo che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come l’esordio narrativo De Provincie (1984), da cui è stato tratto un film, Nella casa del pianista(Iperborea 2011) sulla vita di Youri Egorov e Anime baltiche (Iperborea 2014), viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa. Nel 2016 Iperborea ha pubblicato anche il romanzo Il giardino dei cosacchi, che racconta dell’amicizia tra Fëdor Dostoevskij e del barone baltico Alexander von Wrangel.

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