Maleficent 2 – L’amichevole Malefica di quartiere

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Da che ho memoria, a mia madre è sempre piaciuto cucire. Ricordo di un mobile a cassapanca nel salone della mia casa da bambina, dentro vi erano i più svariati articoli da cucito: ferri per la maglia di ogni genere e lunghezza, gomitoli di svariati colori, uncinetti, stoffe e molteplici numeri di riviste da cucito. Non avendo ancora il grande potere dei tutorial su Youtube, mia madre comprava ogni genere di rivista dedicata al cucito, per poterne studiare ogni dettaglio e segreto.
Capitava spesso, quindi, che andassi all’asilo o da mia nonna con dei vestitini unici al mondo fatti su misura per me; ma il ricordo più bello è legato sicuramente ai vestiti per Carnevale. Non c’è mai stato un solo anno in cui mia madre andasse a comprarne uno già fatto e confezionato, no signore! Veniva lì da me e mi diceva «Amore, da cosa ti vuoi vestire quest’anno per Carnevale?» e che ci crediate o no lei con tanta pazienza esaudiva ogni mia richiesta, persino quando stranamente le chiesi un vestito da marinaio (ebbene sì, in mezzo ad un mare di principesse ero l’unica bimba dai capelli lunghi e biondi che lanciava coriandoli in uniforme).
Uno dei primissimi vestiti di Carnevale che chiesi fu l’abito rosa di Aurora della Bella Addormentata nel bosco. Era il mio cartone Disney preferito in assoluto, lo mettevo a ripetizione imitando per filo e per segno ogni movimento e parola di Aurora dall’iniziosleeping-beauty alla fine del cartone. Consumai letteralmente la videocassetta, fino a quando mia madre mi realizzò l’abito che ancora oggi conserviamo gelosamente come un vecchio cimelio di famiglia. Ecco perché, quando nel lontano 2014 uscì Maleficent, mi precipitai al cinema con il cuore colmo di emozioni, ricordi e altissime aspettative su un film interamente dedicato ad una delle migliori Villain di casa Disney.
Se c’è una cosa che non sopporto dei fandom in generale è il giudicare sempre positivamente solo perché si è fan di quel determinato franchise… NO! A mio avviso proprio perché si è fan, bisogna essere il più oggettivi possibili e giudicare per la qualità  e i contenuti che ci vengono proposti e non solamente perché spinti dall’affetto; ecco perché per quanto mi riguarda Maleficent fu un vero e proprio buco nell’acqua, una delle delusioni peggiori che la mia parte cinefila abbia mai ricevuto.
Sono passati 5 lunghi anni dal primo film e ora nelle sale cinematografiche è uscito Maleficent – Signora del Male e il mio giudizio non è cambiato di una sola virgola.
Scatenerò le ire di molti di voi con il mio astio nei confronti di questa saga, ma mi spiace proprio non riesco a trovare nulla di salvabile nemmeno nel nuovo capitolo.

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Sono passati 5 anni da quando la fata che lanciò il sortilegio sulla principessa dai capelli dorati, riuscì anche a liberarla da quel sonno profondo. Aurora è diventata Regina della Brughiera e quel vissero felici e contenti sembra realizzarsi concretamente quando Filippo chiede ufficialmente la mano di Aurora.
La Bella Addormentata non vuole rinunciare, però, alle cure e all’affetto della sua Fata Madrina e le chiede quindi di cenare pacificamente alla corte dei genitori di Filippo in modo da consolidare i rapporti con la nuova famiglia.
Nonostante gli sforzi di Malefica nel mostrare le sue buone intenzioni, Ingrid la madre di Filippo, continua imperterrita ad istigarla sino a quando la cena si conclude nel peggiore dei modi.
Ora, finite le doverose introduzioni alla trama, vi starete chiedendo perché abbia tutto questo astio nei confronti di questa pellicola… Indubbiamente gli effetti speciali sono pazzeschi, il mondo di Aurora è una vera fiaba dove ogni creatura della Brughiera è resa alla perfezione in ogni singolo dettaglio: dalle tre fate che faticosamente hanno cresciuto per 16 lunghi anni la splendida Aurora, agli gnomi passando infine ai grotteschi uomini albero. Indubbiamente Angelina Jolie è divina nei panni della fata più potente e temuta della Brughiera, ogni sua movenza ed espressione rapiscono lo spettatore, il tutto amplificato dagli outfit curatissimi e ricercati che rendono Angelina ancora più splendente di quanto non sia già… ma la fama/bravura di un attore o l’elevata qualità degli effetti speciali bastano per rendere un film un capolavoro? Per quanto mi riguarda è un grande NO, le ragioni sopra elencate non mi bastano per giudicare positivamente Maleficent – Signora del Male un prodotto godibile.
6ca8ab7afc0dd3217a826e0a0f7614e6Purtroppo l’hype è stato ingigantito dal trailer il quale, proprio come per il primo capitolo, raggruppa le uniche scene di “tensione” e azione mostrando un film potenzialmente ricco e dinamico, quando in realtà una volta giunti in sala per la visione si rivela essere prolisso, colmo di scene “tappa buchi” e noioso, se non per gli ultimi 20 minuti di azione.
Nemmeno gli unici due colpi di scena sono stati di grande effetto: chi sarà il reale cattivone di turno a questo giro? E come farà Malefica a risolvere la situazione?
Ragazzi non disperatevi, la risposta a queste domande le avrete dopo dieci minuti di visione del film, a far fatica a mettere insieme le componenti del “misterioso puzzle” composto unicamente da due pezzi sarà soltanto la nostra Aurora (tralasciando Filippo il cui unico scopo è fare presenza).
Inutile dirvi che di “Evil” nelle azioni di Malefica c’è ben poco e niente, il classico tutto fumo e niente arrosto, cosa che non mi ha sorpreso dato che stiamo parlando di un film Disney. Poteva essere la protagonista di un prodotto di casa Topolino essere realmente cattiva e spietata come la favola animata? Chiaramente no, in quanto si perderebbe tutto quell’alone fastidiosamente buono e magico che la Disney ha portato avanti imperterrita negli anni.
L’unica nota lievemente positiva è lo spazio che hanno voluto dedicare alla scoperta delle origini di Malefica, mostrando il luogo dove vive il suo popolo e dove si nasconde coltivando un odio sempre più grande nei confronti degli umani.
Questo era uno spunto interessante, se non fosse che tutta la storia delle origini viene appena accennata in massimo 5 minuti di scena per poi venire immediatamente chiusa nel cassetto del dimenticatoio e dedicarsi così alle scene di fomentazione da ultras contro gli umani.
C’è chi mi ha detto “Beh ma cosa c’è di male se Malefica è buona? Insomma un cattivo può anche redimersi!”, certamente non lo metto in dubbio però vorrei porvi un quesito:maleficent-2
Se il film in realtà si fosse chiamato “La Bella Addormentata nel bosco”, secondo voi la cara e vecchia Disney avrebbe comunque optato per una Malefica buona? Non credo, come non lo è stato per gli ultimi live action usciti quali Aladdin  o La Bella e la Bestia, nei quali abbiamo Jafar e Gaston giustamente cattivi come nei cartoni che conosciamo e amiamo. E perché pure loro non sono buoni allora? Penso che l’unica risposta plausibile sia perché non sono i reali protagonisti dei film, come nel caso di Malefica.
Insomma purtroppo non mi reputo soddisfatta di questa seconda visione, ma non tutto è perduto; potrò sempre riguardare con immenso piacere la vera e unica Signora del Male old school targata 1954.

Voto: 2

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Moviecult – Nightmare before Christmas

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CANTA LA BALLATA DELLA ZUCCA CON NOI

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Quando ero piccola venivo spesso descritta come una bambina coraggiosa. Ricordo mia madre parlare di me con delle sue amiche, raccontando loro quanto fossi differente da lei che era una gran fifona mentre io adoravo guardare film di paura.
Andavo da mio fratello di nove anni più grande di me chiedendogli di vedere un film horror, lui sorridendo mi diceva «Guarda che poi questa notte fai gli incubi!», ma riuscivo sempre a convincerlo che non avrei avuto paura (mentendo spudoratamente!).
Inutile dire che nonostante non sia un horror, uno dei miei film preferiti era ed è ancora oggi Nightmare before Christmas di Tim Burton. Ogni volta che inserivo la cassetta nel videoregistratore, mia madre guardava disgustata le immagini sullo schermo della TV e diceva «Ma come fanno a piacerti questi pupazzi spaventosi? E non ti fa paura lo scheletro?», ma io ero totalmente ipnotizzata da quell’atmosfera lugubre e malinconica della città di Halloween.
Ed è proprio in questo luogo che veniamo caldamente invitati a visitare, non importa se maschio o femmina o la nostra età; la città di Halloween è aperta a tutti, pronta a mostrare il suo magnifico orrore insieme ai suoi strambi abitanti.
2204131b0fc0e05d17e50bd862fae52fUno spaventapasseri immerso nell’oscurità e dalla spaventosa faccia di zucca ci mostra la via per raggiungere la città, la quale è sovrastata da un cimitero che bisogna per forza attraversare per giungere alle porte della cittadina. Dei fantasmi ci preannunciano che si tratta del paese di Halloween, un luogo dove ogni abitante ha un’abilità speciale che potrebbe far rabbrividire dal terrore chiunque.
E’ chiaro come i cittadini rappresentino le classiche paure che caratterizzano l’infanzia di ogni bambino: c’è il mostro sotto il letto che langue in continuazione e ti ipnotizza con quegli occhi rossi più del sangue, le vecchie streghe coi volti raggrinziti dalle rughe, naso aquilino e voci stridule intente a sorvolare sulla scopa le vie della città, il classico clown che invece di portare gioia ai bambini li terrorizza con quel suo trucco raccapricciante oppure un’ombra che gira di notte seminando terrore nel buio più totale.
“Senza ribrezzo che vita è? Tutti qui viviamo così nel paese di Halloween” cantano in coro gli abitanti della città, con orgoglio e a testa alta ed è proprio questo il momentoCorpse-Kid-nightmare-before-christmas-226806_720_438 in cui capiamo che in realtà si tratta di personaggi semplici e genuini, che amano il luogo dove vivono e spaventano non per cattiveria ma unicamente per gioco, come dei bambini che vanno di porta in porta a fare dolcetto o scherzetto. 
Spaventare è la loro più grande passione, che li spinge a mettere dedizione e creatività in tutto ciò che fanno in modo da realizzare ogni anno la festa di Halloween più magica che ci sia. E che festa sarebbe se non ci fosse il Re delle zucche a concludere la celebrazione in grande stile?
Ho sempre trovato buffo come nonostante i cittadini siano tutti abilmente esperti nell’arte dello spavento, all’entrata in scena di Jack tutti rimangano meravigliosamente terrorizzati dalle sue movenze sul cavallo in fiamme. E’ proprio con questo dettaglio che capiamo quanta influenza abbia il Re delle zucche sugli abitanti, i quali concludono i festeggiamenti con una standing ovation interamente dedicata a Jack.

Jack Skellington è sempre stato il mio personaggio preferito di tutto il film, scelta scontata direte voi ma non lo è di certo solo perché stiamo parlando del protagonista.
Il Re delle zucche ha molteplici sfaccettature che lo hanno sempre reso emblematico ai miei occhi, basti notare la sua entrata in scena: sotto le mentite spoglie di un innocuo spaventa passeri in sella ad un cavallo di paglia, Jack improvvisamente si rianima prendendo fuoco e ammaliando tutti con il ballo della zucca sino a quando non si tuffa nella fontana della piazza dalla quale riemerge finalmente con il suo reale aspetto, acclamato da una pioggia di applausi.
nightmare-04Questa scena dove vediamo un Jack dominante e spavaldo, si contrappone con quella successiva nel cimitero dove il nostro Re delle zucche ci rivela la sua amletica crisi esistenziale cantando “Re del blu, Re del mai” (interpretata da Renato Zero che grazie alla sua voce ci trasporta in quello spleen che attanaglia il terrificante Jack). E’ qui che ci ricrediamo, comprendendo che dietro quella spavalderia in realtà si nasconde la profonda depressione di un Re che non trae piacere dal suo potere, stanco ormai di quel Halloweenesco loop senza fine che si resetta ogni 31 ottobre, riavvolgendo il nastro per ripartire da capo ancora e ancora.
Un film della durata di 1 ora e 16 minuti per i quali ci sono voluti tre anni di lavoro composti da un minuto di registrazione a settimana, 24 frames al secondo per un totale di 110.000. Un’ora e 16 minuti di film fatto di personaggi strambi, realizzati grazie alla genialità degli artisti, che li disegnarono utilizzando la mano non dominante accentuando in questo modo le fattezze orripilanti di ciascun cittadino. Minuti di pellicola in cui non riusciamo a comprendere il reale carattere di Jack: lo vediamo percorrere una camminata quasi senza fine tra le lapidi del cimitero, notiamo la sua depressione prendere vita sul suo volto, sino a quando non si imbatte nella porta che lo conduce alla città del Natale dove tutto è magico, incredibile e finalmente stimolante.
Un dolce antidoto allo spleen che lo possedeva ed è proprio da qui che prende vita l’avventura di Jack che tutti noi ormai conosciamo a memoria.

Chissà se quando il volto di Jack apparve realmente per la prima volta sul grande schermo, Tim Burton avesse già in mente di costruire un intero mondo a lui dedicato.
Perché, per chi non lo sapesse, Nightmare before Christmas non fu il primo debutto del Re delle zucche ma bensì fece la sua prima apparizione nel 1988 in un altro film cult di Tim Burton, ossia “Beetlejuice – Spiritello porcello” (del quale parleremo ampiamente in questa rubrica, non disperatevi). In una delle apparizioni finali dello spirito più QGKvoVyindesiderato di sempre, Beetlejuice emerge da sotto un tavolo con un outfit che richiama chiaramente le giostre con i cavalli a dondolo, in cima al suo cappello a forma di tendone da circo spunta il volto scheletrico di Jack.
Ma è solo uno dei tanti easter-eggs che il Re del cinema gotico ha voluto nascondere tra le diverse pellicole: facendo molta attenzione possiamo scovare Jack nel film Coraline, quando la finta madre prepara la colazione per Coraline si può notare il suo teschio sorridente nascosto proprio nel tuorlo dell’uovo o ancora in Alice in Wonderland, tra la stampa del papillon indossato dal Cappellaio Matto.

In contrapposizione al personaggio di Jack abbiamo il Bau Bau, forse l’unico vero cattivo della città di Halloween. L’incubo più grande di ogni bambino, il buio che vaga per le strade e che prende la forma di un’enorme sacco che racchiude tutto ciò che per eccellenza viene considerato raccapricciante: insetti.
Il Bau Bau è un’antagonista magnetico, con una voce totalmente blues e caratterizzato dalla dipendenza per il gioco d’azzardo, tanto da giocarsi perfino la sua stessa vita.
Infine tra i personaggi più di rilievo in tutto il film abbiamo la dolce Sally, una bambola di pezza segretamente innamorata di Jack la quale rispecchia la nostra voce della coscienza di cui tutti noi sappiamo l’esistenza e che sentiamo forte e chiaro, ma che preferiamo ignorare abbracciando caldamente gli errori più grandi che potremmo commettere.
mickey_0Sally è l’unico personaggio che da buoni consigli per tutti, ma che non riesce a seguirli per se stessa sentendosi perennemente perduta e malinconica.
E’ incredibile come dietro queste atmosfere e personaggi dalle fattezze negative, ci sia dietro uno studio di animazione del calibro della Disney dove tutto è colorato e fastidiosamente buono. Gli easter-eggs non mancano nemmeno in questo caso dove troviamo i personaggi di Topolino e Paperino stampati sui pigiamini dei due bambini che vengono brutalmente aggrediti dai giocattoli donati Santa Jack.
Fortunatamente il buon vecchio Burton riuscì ad imporsi sulla maggior parte delle decisioni che diedero vita a Nightmare before Christmas, una delle pellicole a cui tiene maggiormente e di cui racconta sempre con grande affetto, soprattutto di come nacque tutta l’idea di base: Burton si trova a passeggiare tra gli scaffali di un negozio durante i giorni successivi ai festeggiamenti di Halloween. Si guarda attorno un po’ sovrappensiero, quando la sua attenzione viene catturata dai commessi indaffarati a sostituire gli accessori e le decorazioni di Halloween con quelli di Natale.
Ed ecco che la sua immaginazione prende vita e inizia ad elaborare il capolavoro che è Nightmare before Christmas. Come i cittadini alla fine del film scoprono la neve rimanendo meravigliati da tanta bellezza, così noi continuiamo a stupirci da quante emozioni la città di Halloween sa donarci ancora oggi nonostante il trascorrere inesorabile del tempo.

PluffaCalderone

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Moviecult – Ritorno al futuro

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Quando ero piccola mi piaceva giocare alla maestra d’asilo con i miei peluche.
Li prendevo tutti dal mio letto per portarli uno ad uno sotto la scrivania della cameretta, la quale nella mia immaginazione doveva essere l’aula del mio asilo e lì mi immedesimavo nel ruolo della maestra.
Tra tutti i miei peluche, però, ce n’era uno a cui ero più affezionata. Non so bene il perché, in fin dei conti non aveva nulla di speciale. Era un semplice orsacchiotto dal pelo bianco, che indossava un pigiamino rosa e un cappellino a forma di cono alla cui punta  era cucito un pompon tutto bianco.
Non c’era un motivo particolare, era un semplice orsacchiotto ma io lo adoravo talmente tanto da avergli dato il nome di uno dei personaggi del mio film preferito in assoluto: Doc di Ritorno a futuro.
La mia passione per i film nasce molto prima di quella per la lettura ed ho davvero tantissimi ricordi della mia infanzia legati ad ognuna delle pellicole che porterò in questa rubrica. Ogni singolo film che analizzerò qui ha per me un valore affettivo che non riesco ad esprimere fino in fondo, ognuno di loro mi ha formata e resa la persona che sono perché che ci crediate o no, io ho letteralmente consumato i nastri delle videocassette che popolavano il salone di casa mia.
Quando ripenso a quegli anni, sento ancora forte e chiara la voce di mia madre che mi dice «Ancora Jumaji?» o «Ancora La storia fantastica?» oppure «Ancora Labyrinth?».

Tutte queste storie oltre ad aver influenzato tante persone come me, hanno fatto la storia del cinema e il film che ho selezionato per questo secondo Moviecult è di certo laentertainment-2014-10-leonard-sheldon-raj-big-bang-theory-main pellicola più iconica della produzione anni ’80 e senza ombra di dubbio la più intramontabile. Ancora oggi nonostante siano trascorsi ben 34 anni, gli vengono attribuiti innumerevoli omaggi: dalle action figure per i collezionisti incalliti, al fun club ufficiale sempre presente ad ogni fiera, alle innumerevoli citazioni cinematografiche come ad esempio la celebre scena nel telefilm The big bang theory, dove il gruppo di scienziati cerca di ricostruire i vari collegamenti tra le diverse epoche riportate nella trilogia (1985, 1955, 2015 e 1885).

Quanti di noi almeno una volta nella vita, si sono ritrovati a pensare di aver voluto incontrare i propri genitori da adolescenti per vederli magari tra i corridoi di scuola, come si integravano con gli altri ragazzi o come vestivano?
E pensare che senza questa fantasia la pellicola di Ritorno al futuro non sarebbe mai approdata sui grandi schermi.
Infatti, in un giorno come tanti altri, Bob Gale (padre ideatore del concept) è a casa dei suoi genitori in Missouri per concedersi una breve vacanza con lo scopo di distrarsi dai pessimi risultati ottenuti al botteghino dalle sue ultime produzioni. Per passare il tempo, trova dei vecchi annuari scolastici di sua madre e suo padre da ragazzi e scopre dettagli nuovi sull’adolescenza dei suoi genitori, come ad esempio che il padre era stato caposcuola.
Ecco che la sua mente inizia a viaggiare con l’immaginazione, focalizzandosi su quel padre che ai suoi occhi era sempre apparso come uno sfigatello sempliciotto.
Chissà come sarebbe stato se fosse andato a scuola con il suo vecchio, se si fossero piaciuti e se non fossero andati d’accordo. Vi ricorda qualcosa?
13aPoco dopo il soggiorno a casa dei suoi, Gale si ritrova a parlare con Robert Zemeckis (regista del film) della sua fantasia su suo padre. Il regista però, divertito da questo racconto, aggiunge ulteriori dettagli come: Immagina invece se tua madre, che ha sempre dichiarato di non aver mai baciato un ragazzo durante gli anni scolastici, in realtà fosse un’adolescente in preda agli ormoni e un po’ svampitella?
Me li immagino già come due grandi amiche del cuore alle quali viene la stessa idea contemporaneamente e scambiandosi una semplice occhiata si trovano d’accordo.
Ecco come nacque il capolavoro cinematografico che tutti noi ancora oggi amiamo.

Un film costruito sulla base di concetti complessi di fisica e scienza, ma che vengono riproposti allo spettatore in maniera semplice ed efficace. Marty è un ragazzo di diciotto anni, all’apparenza un adolescente come tanti altri che ha la passione per lo skateboard, suona in una rock band e ha una fidanzata dolce e premurosa, che lo sprona a non perdersi d’animo davanti alle prime difficoltà.
Come può diventare quindi il migliore amico del Dott. Emmett Brown, uno scienziato pazzo ed emarginato dal resto della società? Non ci è dato saperlo, ma d’altronde non è importante, perché ci bastano poche scene per capire che l’amicizia che li lega è vera e sincera, destinata a durare nel tempo.
Ed è proprio in nome di questa amicizia che Doc invita Marty ad assistere alla sua più grande invenzione: una DeLorean trasformata in una macchina del tempo.8172d560-f2b5-0133-800e-0e31b36aeb7f
Tutto sembra funzionare, fino a quando nel pieno dell’esperimento arrivano dei terroristi Libici a vendicarsi per il plutonio rubatogli da Doc, necessario per far funzionare la macchina.
Durante l’assalto, Doc viene ucciso e Marty in preda al panico sale sulla DeLorean e inizia a guidare per mettersi in salvo, arrivando però alle 88 miglia orarie ed attivando inconsciamente il viaggio indietro nel tempo, fino all’anno 1955.

Ed è proprio il tempo il vero protagonista del film, che viene riportato in scena molteplici volte, basti pensare alla prima sequenza: siamo a casa di Doc, la telecamera mostra molto lentamente l’arredamento circostante.
Le pareti sono colme di orologi e sveglie di ogni tipo, che scandiscono il trascorrere dei minuti con quell’incessante ticchettio sincronizzato, sino a quando iniziano a suonare tutte contemporaneamente all’ora preimpostata dallo scienziato il tutto concludendosi a ritmo della canzone Back in time.
Ma non si limita tutto a questa scena, pensiamo anche con quanta insistenza Marty ribadisce al giovane padre George McFly l’orario di incontro nel parcheggio della scuola per il ballo di fine anno o a tutto il piano ideato da Doc per far sì che la DeLorean raggiunga le 88 miglia orarie proprio nell’orario preciso in cui il fulmine colpirà l’orologio della torre e permettendo così a Marty di tornare nel 1985.
BBTF2Nonostante il successo intramontabile, Gale e Zemeckis non ebbero vita facile per via dei pregiudizi causati dai loro precedenti insuccessi. Infatti non tutti sanno che l’idea iniziale non prevedeva una DeLorian come macchina del tempo, considerata anzi come tra le peggiori macchine in circolazione. In origine la bozza del film prevedeva come macchina del tempo un frigorifero adoperato nei test atomici durante gli anni 50.
Vi immaginate i ragazzini di allora, che per imitare il viaggio nel tempo di Marty McFly entrano nel frigorifero, con alte probabilità di rimarvici chiusi dentro?
Di fronte a questa grottesca visione, fortunatamente Zemeckis riuscì a far cambiare l’idea rielaborando l’estetica della DeLorian, scelta soprattutto per via delle portiere laterali che la facevano assomigliare ad un’astronave. Idea che si rivelò vincente, dato che ancora oggi rimane uno dei simboli più famosi ed apprezzati dai fan, tanto da essere riutilizzato ancora al cinema (vi dice niente Ready Playerone?)

Gli anni passano e Ritorno al futuro non smette mai di stupire e dare insegnamenti, ma uno in particolare è alla base di tutta la trilogia, ossia il percorso di crescita che ti porta dal semplice adolescente a persona matura: lo vediamo nel giovane George McFly che daMartygeorgenotes ragazzino timido ed introverso, acquisisce sicurezza in se stesso e nelle sue capacità che lo portano a diventare uomo adulto e scrittore di successo. Lo vediamo nella giovane Lorraine, che da frivola e civettuola ragazzina alla quale importa solamente l’aspetto esteriore, capisce che quello che conta davvero in una persona è ciò che ha dentro, innamorandosi così del suo vero amore.
Ma soprattutto lo vediamo in Marty, che da adolescente si vede costretto a comportarsi da adulto responsabile cercando di badare ai suoi giovani genitori, dando loro saggi consigli e diventando un modello di riferimento.

Non spenderò parole sulla recitazione in questo film, perché ragazzi non c’è bisogno che arrivi io per dirvi che è impeccabile. Michael J. Fox è perfetto nei panni di Marty McFly, quasi ci rivediamo in lui quando spiega e rispiega dei concetti basilari al padre o quando ne prende le difese dai bulli della scuola.

Che dire, invece, di Christopher Lloyd? Emmett Brown, rinominato scherzosamente Doc, sembra essere il suo alter ego.
suo favore, la chioma brizzolata tipica dello scienziato pazzo e quella sua mimica facciale pazzesca che rende unica ogni situazione del film.
Back-to-the-Future2Come dimenticare quel suo “Grande Giove”, o la sua reazione divertita nello scoprire che nel futuro di Marty un attore sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti, scena che fece realmente divertire Ronald Regan quando guardò il film per la prima volta.
Il presidente attore divenne talmente fan della pellicola, tanto da riportarne una citazione durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione del 1986 affermando che “Dove stiamo andando non avremo bisogno di strade”, ultima battuta di Doc durante la scena finale del film.

Dubito che ci sia ancora qualcuno che al giorno d’oggi non abbia visto Ritorno al futuro e spero vivamente che non sia così, perché tutti noi abbiamo bisogno di film immortali come questo.
Tutti noi abbiamo bisogno di film così vitali e di un amico come Doc Brown che ci dia l’importante insegnamento che il futuro non è ancora stato scritto, quello di nessuno.
Il vostro futuro è come ve lo creerete, perciò createvelo buono.

PluffaCalderone

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RECENSIONE || L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón

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Quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro si perde nell’oblio, noi, custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno.

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E’ molto tempo che non scrivo qui in questo piccolo angolo di mondo, in questa piccola stanza che mi ero creata e alla quale avevo dedicato davvero tutta me stessa.
Nonostante i miei sforzi e sacrifici, mi sono ritrovata spesso a fare i conti con giudizi negativi e critiche, anche da parte di persone che amavo.
Ho iniziato pian piano a trascurare questa stanza sino quasi a dimenticarla, riducendola alla fine ad un misero angolo buio e impolverato.
Mi sono ritrovata a dover imparare una nuova routine che tornasse a far girare la mia vita, con l’aiuto di nuove persone che con un modo tutto loro hanno fatto emergere dei lati del mio carattere che per anni avevo sepolto nella speranza di apparire interessante agli occhi di gente che amavo e che credevo ricambiasse il mio amore.
Questa stanza era diventata proprio come il Cimitero dei Libri Dimenticati ne L’ombra del vento, colma di recensioni che nessuno ricorda e dimenticate da tempo; d’altronde io stessa ero stata la prima a farlo.
Poi il romanzo di Zafón mi venne regalato da qualcuno che realmente iniziò a credere in me, con un’unica e sincera richiesta “leggilo e non te ne pentirai”.

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Di recente ho avuto modo di raccontare come è nata la mia passione per la lettura, il momento preciso in cui capii che quelle piccole parole stampate su carta erano vitali come l’aria. L’ombra del vento mi ha riportato a quel ricordo della mia adolescenza.
Il romanzo di Zafón mi ha fatto riscoprire quella sensazione di perdita e mancanza che si sente non appena si gira l’ultima pagina di un libro mozzafiato, l’equivalente dell’aver perso i tuoi migliori amici. Daniel, Fermín, Bea, Don Gustavo Barceló e lui, soprattutto lui, Julián Carax mi sono mancati dal momento in cui ho chiuso il libro, riponendolo con tutto il mio affetto sulla libreria.

Non avevo mai letto nulla di Zafón, nonostante avessi sempre visto il suo romanzo nelle librerie e ora dopo aver finito L’ombra del vento posso affermare a gran voce di essermi pentita di non aver dato da subito il giusto interesse a questo scrittore.

Mio padre si chinò su di me e, guardandomi negli occhi, mi parlò con il tono pacato riservato alle promesse e alle confidenze. «Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.»

La storia del piccolo Daniel ne L’ombra del vento è una storia che potrebbe benissimo adattarsi a tutti noi lettori che pian piano abbiamo attraversato il nostro percorso di crescita. Il passaggio da bambini ad adolescenti, ma soprattutto il cambiamento come lettori maturi e responsabili.

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Proprio come noi, Daniel passa da bambino curioso ed affascinato da quei mondi fatti di carta e parole, a piccolo uomo perspicace e ostinato a raggiungere i suoi obiettivi.
All’età di undici anni, nel giorno del suo compleanno Daniel viene portato dal padre in un luogo misterioso: il Cimitero dei Libri Dimenticati. Un labirinto di libri salvati dall’oblio. Ma non si tratta di una semplice gita, infatti la visita ha lo scopo di far scegliere a Daniel quale tra le migliaia di libri adottare con la promessa di prendersene cura per sempre. Perso in quel labirantesco mondo di libri, Daniel viene attratto da un romanzo intitolato L’ombra del vento di un certo Julián Carax.
Il bambino rimane letteralmente rapito da quelle pagine, scritte da un autore avvolto dal mistero e sul quale nemmeno il più grande esperto libraio al mondo sembra sapere poco e nulla.
Il volume adottato da Daniel si scopre essere l’ultima copia dell’autore rimasta in circolazione e tutto riconduce ad una macabra figura, caratterizzata da un particolare odore di bruciato che lo circonda ovunque si trovi: Lain Coubert, il cui unico scopo è dare alle fiamme tutti gli scritti di Carax.

Inizia così quello che risulterà essere un romanzo thriller ricco di suspance, arricchito da personaggi bizzarri alternati da altri sui quali grava un oscuro segreto, come per la figura di Julián Carax sul quale gira tutta la vicenda.
Un coro di voci davvero unico, intrigante e ben costruito, ognuno dei quali partecipa con dei flashback che Daniel e l’inseparabile amico Fermín, un don giovanni dalla lingua sarcasticamente tagliente, cercheranno di comporre come un puzzle per venire a capo del mistero che aleggia su Carax e i suoi romanzi.

Esistono carceri peggiori delle parole. leggere è un’arte in via di estinzione. I libri sono specchi in cui troviamo solo ciò che abbiamo dentro di noi è che la lettura coinvolge mente e cuore, due merci sempre più rare.

A mio parere, i flashback sono la carta vincente che Zafón decide di porre sul tavolo da gioco. Come già accennato, ognuno dei personaggi legati alla vita privata di Carax contribuisce a ricostruire le vicende che hanno portato alla scomparsa dell’autore, e dei suoi volumi raccontando a Daniel la propria versione dei fatti.
I flashback sono dei veri e propri mini racconti all’interno della storia, lunghi e ricchi di dettagli davvero ben costruiti che fanno nascere nel lettore la curiosità e la voglia di far luce su tutta la faccenda. Sicuramente quello che mi è rimasto più impresso, è legato alle memorie che Nuria Monfort lascia a Daniel rivelando così dei colpi di scena davvero incredibili, il tutto attraverso la scrittura magristrale di Zafón, scorrevole e diretta ma non per questo poco intrigante. Lo stile dell’autore, pur essendo semplice, rapisce e ti porta ad attraversare le strade di Barcellona al fianco di Daniel, ammirando insieme a lui stradine particolari, a bordo di mezzi di trasporto tipici del 1945.
Zafón è stato sicuramente al centro di un successo editoriale, ma non per questo bisogna sottovalutare la sua scrittura reputandola “per la massa”, a mio parere il suo successo è più che meritato.
L’ombra del vento è una storia caratterizzata da una serie di eventi che scoppiano come mine creando una reazione a catena, causati da personaggi che si trovano nel posto giusto al momento giusto per dar vita a questo enorme e grandioso mistero su carta.

Una volta conclusa la lettura è nato un pensiero che mi ha scaldato il cuore. Mi piace pensare che, proprio come quella reazione a catena nata dalla fantasia di Zafón, L’Ombra del vento sia arrivato tra le mie mani al momento giusto, grazie alla persona giusta, entrata nella mia vita a causa di forze maggiori necessarie. Coincidenze? No… non credo proprio.

                                                  voto: 5

                                                                                                                                        PluffaCaderone

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Titolo: L’Ombra del vento
Autore:Carlos Ruiz Zafón
Editore: Oscar Mondadori
Numero di pagine: 419
Prezzo: 12,50 euro
Trama: Una mattina del 1945 il proprietario di un modesto negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, nel cuore della città vecchia di Barcellona al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo, vengono sottratti all’oblio. Qui Daniel entra in possesso del libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, introducendolo in un labirinto di intrighi legati alla figura del suo autore e da tempo sepolti nell’anima oscura della città. Un romanzo in cui i bagliori di un passato inquietante si riverberano sul presente del giovane protagonista, in una Barcellona dalla duplice identità: quella ricca ed elegante degli ultimi splendori del Modernismo e quella cupa del dopoguerra.

L’autore

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Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 1964) ha raggiunto il successo nel 2002 con L’ombra del vento, l’inizio della saga del Cimitero dei Libri Dimenticati. Le sue opere sono tradotte in più di 40 lingue.

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Moviecult – Goonies never say die

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La cosa più bella dell’essere bambini è dare libero sfogo alla fantasia. Insieme agli amici più leali immaginare grandi avventure arricchite da pericoli e misteri da risolvere.
Un classico uscito dall’immaginario di ogni bambino è sicuramente il partire alla ricerca di un antico tesoro pirata, consultando una vecchia mappa colma di arcani indizi.
Ecco perché The Goonies era, e sicuramente lo è ancora oggi, il film preferito di ogni bambino; reso tale dai suoi protagonisti.
Non credo che debba spendere più di tanto nel raccontarne la trama perché grazie al cielo è stato trasmesso per anni, semplicemente qualche indicazione:
Un gruppo di bambini, i Goonies appunto, trova nella soffitta di uno di loro, Miky, una mappa del tesoro appartenuta al pirata Willy l’Orbo. Sulle prime preso come un gioco, il gruppo di amici si ritroverà sulla strada che conduce al tesoro, inseguiti però dalla temibile Banda Fratelli i quali, scoperta l’esistenza del tesoro, cercherà in tutti i modi di2014-04-goonies-cast-1000w mettere i bastoni tra le ruote al gruppo di ragazzini. Insomma, un mix di ingredienti perfetti che danno vita ad un film mozzafiato e vero, in quanto traspone su pellicola ciò che la fantasia dei bambini può creare.
L’aspetto che lo rende vincente è indubbiamente l’immedesimazione che lo spettatore ha con i bambini, sì perché i Goonies siamo noi. Esattamente come i bambini, siamo annoiati dalla quotidianità e per uscirne, diamo sfogo alla nostra creatività.
Tutto viene visto come un gioco, eliminando la semplicità dalla routine anche dagli aspetti più banali come l’apertura del cancello di casa di Miky, il quale si aziona solamente tramite un meccanismo complicatissimo o i sistemi di salvataggio di Data, i quali invece di essere scattanti e semplici, sono dei veri e propri rompicapo.
Gli adulti stessi non sono credibili nel loro ruolo in quanto, esattamente come bambini, sbagliano continuamente a pronunciare termini (i tanto amati traccobbetti).
Il film è chiaramente diviso in livelli: tutto parte dal salotto di Miky, il quale rappresenta la noia di ogni bambino, per poi passare alla soffitta colma di oggetti impolverati e di conseguenza misteriosi; il posto perfetto per una mappa del tesoro. Infine si scende nelle grotte, dove tutte è pericoloso.
Chunk and sloth TV STORE ONLINEI livelli non sono casuali, ma ben pensati per far svolgere ai bambini un percorso non solo avventuroso, ma anche di crescita. Nel bel mezzo della noia, viene scoperta la mappa che chiaramente rappresenta una speranza, la quale può essere raggiunta solamente superando gli ostacoli e le paure. Il personaggio che meglio incarna queste paure è indubbiamente Sloth, terzo fratello di Jake e Francis membri della Banda Fratelli, ingiustamente rinchiuso e tenuto in catene per via della sua deformità.
Ogni bambino ha paura di ciò che non può vedere e infatti Slot nelle prime scene viene sempre mostrato di spalle, mettendo bene in vista solamente le catene che  lo tengono imprigionato.
Le paure però, se affrontate con coraggio, si superano sino ad arrivare ad una crescita interiore, crescita che nel film è rappresentata principalmente da Chunk il quale affronta faccia a faccia Sloth fino a comprendere che dietro al suo aspetto spaventoso, in realtà si nasconde un Goonie buono e leale.
Tutto è ben studiato partendo proprio dal nome Goonies, il quale è un mash up tra GOON DOCKS, nome del quartiere in cui vivono i protagonisti e il termine Goony che nello slang americano significa sempliciotto; motivo per cui Miky nel film ripete sempre “siamo solo dei poveri Goonies”.
Ma i dettagli non sono limitati esclusivamente al nome del gruppo, alcuni 20-things-you-probably-didnt-know-about-the-goonies-12particolari sono stati inseriti per dare una maggiore caratterizzazione ai personaggi. Un esempio lampante è la cintura multifunzione di Data sulla quale è riportato il numero 007, un doppio riferimento sia all’agente segreto più famoso nel mondo del cinema e sia all’indole del ragazzo a voler imitare le prodezze di James Bond.
I dettagli sono stati accuratamente studiati tanto quanto gli omaggi presenti, come la scritta RUBE G. 83 riportata sul marchingegno utilizzato per aprire il cancello di casa di Miky, citato a inizio articolo., un omaggio a Rube Golberg, famoso fumettista che nelle sue storie era solito inserire macchine complicatissime volte a svolgere una semplice azione. La marea di omaggi non si ferma qui, come la scena in cui Chunk chiama la polizia per denunciare le minacce della Banda Fratelli, ma il poliziotto non crede ad una sola parola ricordando al ragazzo una sua chiamata dove affermava di essere stato assalito da dei mostriciattoli che si moltiplicavano se bagnati dall’acqua facendo riferimento ad un altro caposaldo quale I Gremlins, o l’R2D2 seminascosto sul vascello di Willy l’Orbo, o ancora il “volo” di Brand con la bici un chiaro riferimento di Spielberg ad E.T. (entrambi film svolti sotto la sua regia).

 

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Lo stesso personaggio di Brand è un vero e proprio omaggio, in quanto il nome completo è Brandon Walsh e immediatamente ci ritroviamo catapultati nel mondo di Beverly Hills 90210 prodotto da Darren Starr, stesso produttore dei nostri amati Goonies.
Analizzando i personaggi, è impossibile non considerare Willy l’Orbo uno dei protagonisti più importanti e il motivo è semplicissimo: Willy è il primo vero Goonie.
Proprio come i protagonisti è un emarginato, un sempliciotto ed ecco perché è il Goonie originale. Il vascello è uno dei dettagli che rende affascinante il suo personaggio, oltre che l’intero film. Battezzata Infierno, la nave utilizza per le riprese era un vero vascello lungo 32 metri, ispirato alla nave di Erroll Flynn nel film Lo sparviero del mare: ogni singolo fotogramma che compone le scene finali è stato girato realmente a bordo.
Una buffa curiosità è che la nave non venne mostrata agli attori fino all’effettiva realizzazione goonies-pirate-ship1dell’ultima scena e non appena il gruppo di ragazzini la vide l’eccitazione fu talmente esorbitante che alcuni di loro si fece sfuggire delle parolacce per lo stupore tanto che la scena dovette essere rigirata una seconda volta.
Non c’è da stupirsi su quanto Spielberg fu magistrale nelle citazioni, ma non mancò certo di alcune “gaffe”, come a fine film il riferimento di Data al combattimento nella grotta con la piovra, scena in realtà tagliata o la difficoltà di Andy a leggere le note musicali sulla mappa per suonare l’organo fatto di ossa, difficoltà dovuta a delle bruciature avvenute in una scena sempre tagliata in cui alla mappa venne dato fuoco dal bulletto Troy.
E nemmeno il soundtrack è da sottovalutare, un’avventura che tutti i bambini sognano accompagnata dalle note musicali e dalla voce di Cindy Loper.
Un lungo sproloquio su uno dei film che hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi, fondamentale nella mia crescita e che, nel caso decisamente impossibile che non l’abbiate visto, non ve lo consiglio perché DOVETE vederlo, punto.
E mi raccomando, ricordate che i Goonies non dicono mai la parola morte!

 

PluffaCalderone

sk

 

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I remember doing the time warp! – 42 anni dopo.

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Sono sempre stata un’appassionata di cinema. Quand’ero piccola, mio fratello era solito registrare su videocassetta i film che davano in TV e ogni giorno in sala c’era sempre un film nel videoregistratore in sottofondo.
Avevamo un angolo dedicato alle centinaia di videocassette che man mano si andavano ad accumulare e a volte passavo ore lì di fronte prima di scegliere la pellicola da gustarmi.
Alcuni film erano del tutto consumati per le numerose visioni mie o di mio fratello, conosco a memoria le regole di Jumanji tanto che mi sembra di averci giocato personalmente, ho gridato innumerevoli volte il motto dei Goonies insieme a Miki nella scena infondo al pozzo. Ho sperato che Phil la marmotta vedesse la propria ombra in Ricomincio da capo, cantato insieme a Jack il suo lamento in mezzo alla desolazione della città di Halloween e visto i fantasmi del passato, presente e futuro insieme a Frank Cross in SOS Fantasmi. In questo mare di storie e avventure, non sono mai mancati i musical e soprattutto uno un particolare: The Rocky Horror Picture Show.
Ricordo che ne rimanevo totalmente affascinata ad ogni visione. Difficile dire quale personaggio mi piacesse di più, c’era Columbia che dava un tocco romantico a quel gruppo di stralunati, Eddie il quale anche se aveva pochi minuti di gloria mi dava una carica incredibile con quel rock vecchio stile. E poi c’era lui, Frank.   RHPS-RW1C2-FrankTattooL
Ho sempre considerato Frank-N- Furter un personaggio decisamente magnetico.  Un uomo sexy anche con le calze a rete, una camminata impavida su zeppe decorate con brillantini vistosi, labbra rosso sangue divenute il simbolo identificato del film negli anni ed una voce melodicamente possente.
Ognuno di questi film mi ha lasciato qualcosa ed ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi, ciò grazie anche al Rocky Horror.
A quel Don’t dream it, be it.
Mio fratello mi ha sempre raccontato di quando da ragazzo andava tutti i giorni con i suoi amici al Teatro Mexico ad assistere allo spettacolo dal vivo .
Ecco, quindi, che il mese scorso è balenata l’idea, ci siamo guardati ed in coro abbiamo esclamato: Let’s do the time warp again… 42 anni dopo, a teatro!
Inutile nascondere l’emozione, la fama del Teatro Mexico è nota per chi conosce bene il Rocky Horror; ma pian piano ha lasciato spazio ad una sensazione diversa: timore.
Il Mexico ha portato in scena lo spettacolo per ben 37 anni e tra un’edizione e l’altra di tempo ne è trascorso. Le probabilità che lo spettacolo fosse “invecchiato male” erano decisamente alte, ma la curiosità e la nostalgia mi hanno portata a rischiare.
La cosa bella che è sempre trapelata dai ricordi di mio fratello parlando dei suoi pomeriggi adolescenziali al Mexico, era l’atmosfera famigliare da salotto e dopo aver assistito di persona, posso affermare che sicuramente questo aspetto non è cambiato.
L’affluenza incredibile nonostante gli anni trascorsi, tutti in fila insieme e come una grande famiglia uniti da indumenti o make up ispirati agli outfit decisamente osè del pianeta Transexual. C’è chi era al Mexico per la prima volta, scherzosamente soprannominati dalle maschere verginelli e chi invece, come mio fratello, che tornava a far visita ad un vecchio amico.
RHPS-HotPatootieE la forza dello spettacolo, forse, è tutta lì. Puntare all’aspetto casereccio, come il distribuire diversi gadget per dar modo al pubblico di interagire con lo show: dal riso da lanciare durante la prima scena con Brad e Janet che escono dal matrimonio di amici, al giornale per coprirsi la testa nella scena in cui Brad e Janet si avventurano sotto il temporale per andare a chiedere aiuto al castello di Frank e alle trombette da suonare durante il Time Warp. Insomma, uno spettacolo davvero alla mano e decisamente interattivo; forse non adatto a chi non si sente a proprio agio nel dar libero sfogo alla propria promiscuità.
E proprio come Manzoni dà le proprie opinioni e commenta le vicende di Renzo e Lucia, gli attori spesso intervengono da dietro le quinte facendo battute (spesso spinte) sugli abbigliamenti presenti in scena o sugli stessi personaggi, il tutto con il film proiettato sullo schermo che sovrasta il fondo del palco.
Forse è proprio questo l’unico dettaglio che ha stonato in tutta la serata, racchiuso in un’unica “battuta” fatta ai microfoni da una delle attrici da dietro le quinte.
Per chi conosce il film, sa quanto sia Janet che Brad siano entrambi infedeli l’una nei confronti dell’altro; ma nonostante ciò durante i commenti degli attori solamente Janet si è beccata l’insulto di adultera (decisamente in maniera più volgare). E Brad?
C’è da considerare che nel film i due protagonisti rispecchiano lo stereotipo di13769034395883158102_610_407shar_s_c1.png americani borghesi devoti a casa e chiesa. Il film sprona, però, il pubblico puritano dell’epoca a lasciar andare ogni inibizione e a non giudicare mai per le scelte personali di qualcuno (soprattutto quelle sessuali), quindi fa “sorridere” come, nonostante siano passati 42 anni dall’uscita della pellicola, al Teatro Mexico siano rimasti ancorati a giudizi bigotti tipici degli anni ’70 giudicando solamente Janet come donna facile e non proferendo parola su Brad.
Oltre ai commenti “da salotto” che caratterizzano lo spettacolo, un’altra particolarità differente da altri musical a teatro, è il playback perenne per tutta la durata dello spettacolo. Gli attori sul palco sfruttano le voci originali sia durante le parti cantate che durante i dialoghi, incitando il pubblico a partecipare quando richiesto.
Per quanto riguarda le interpretazioni, ruba decisamente la scena, inutile a dirlo, l’attore che interpreta Frank-N-Furter: muscoli scolpiti racchiusi in un corsetto colmo di paillettes e un fondo schiena del tutto scoperto lasciando libera immaginazione alle donne più focose in sala.
Nonostante gli anni, le canzoni sono ancora un must e al Mexico hanno saputo valorizzarle, facendo partecipare il pubblico al ballo del Time Warp o facendo girare l’attore che impersonifica il ruolo di Eddie con un monopattino in sala al posto della motocicletta usata da Metaloaf nel film durante Hot Patootie, a mio parere la canzone più bella di tutto il film.
In conclusione, il mio timore iniziale non ha annientato l’emozione. Se devo parlare onestamente, forse l’idea che mi ero fatta in questi anni dello spettacolo targato Mexico era diversa e l’impatto è stato decisamente forte; ma riflettendoci meglio non poteva essere altrimenti, in fin dei conti è pur sempre il Rocky Horror.
Non lo consiglio ai meno audaci, ma ai nostalgici, ai trasgressivi, dico solo… Non sognatelo, siatelo.

 

voto: 4

PluffaCalderone

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Loving Vincent – Quando l’arte prende vita.

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Sono state concesse solamente tre date al cinema a Loving Vincent, film d’animazione britannico-polacco. Nonostante il poco tempo messo a disposizione, il pubblico ha comunque premiato questo capolavoro, il quale ha spodestato Balde Runner al Box Office in sole tre giornate.
Dare una definizione al film, può risultare complicato. Possiamo considerarlo un docu-romanzo o anche un Biopic, in quanto cerca di ricostruire in modo romanzato i tragici eventi che hanno composto le ultime settimane di vita del pittore, tenendo in considerazione questo aspetto può essere considerato anche come un film divulgativo.
Per chi avrà visto la pellicola, si sarà reso conto però che il film man mano prende sempre più le sembianze di un giallo d’inchiesta, con l’ostinazione del giovane Armand Roulin nel voler portare alla luce le motivazioni del suicidio di Van Gogh.
Forse come si voglia definire il film in fin dei conti non ha importanza, in quanto Dorota Kobiela e Hugh Welchman hanno reso possibile l’inimmaginabile, contribuendo a rendere reali i personaggi e soprattutto i sentimenti di uno dei più grandi pittori che sia mai esistito. Lo stesso Van Gogh dichiarò Voglio toccare il cuore della gente con la mia arte. Voglio che dicano: sente profondamente, sente con tenerezza” e con Loving Vincent oggi questo suo desiderio è realtà.
La pellicola in origine nasce come cortometraggio e solamente grazie ai finanziamenti avvenuti tramite crowdfunding si trasforma in un film che vuole analizzare gli avvenimenti che portarono Van Gogh a compiere il gesto più estremo e disperato.
E quale modo migliore di raccontare Van Gogh se non dando vita ai personaggi e ai luoghi che popolano i suoi dipinti? Infatti, l’esclusività che rende il film una vera opera d’arte, consiste in 65mila dipinti per 900 inquadrature ispirate a quadri del pittore, realizzati da un team di 125 artisti provenienti da varie parti del mondo.
Un lavoro di massima precisione, che ha richiesto la ripresa dei primi 95 minuti del film in Live Action e una successiva revisione dei fotogrammi da parte degli artisti selezionati, al fine di realizzare la versione proiettata nelle sale cinematografiche, con l’effetto dipinto a olio. «Abbiamo scelto di operare così – spiega Kobiela in un’intervista a Cineuropa – perché lo stesso Vincent dipingeva sempre dal vivo».
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Ogni minimo particolare è un tocco d’arte, un omaggio alla persona che fu Vincent Van Gogh, aspetto riconducibile anche al titolo. Loving Vincent può avere numerosi chiavi di lettura, da “amando Vincent” o “amato Vincent” sottolineando così l’amore del mondo verso il pittore. Ma mi piace pensare che sia collegato ad una traduzione ben specifica:
“Con amore, Vincent” la consueta frase che Van Gogh utilizzava nella chiusura delle lettere che quotidianamente spediva al fratello Theo Van Gogh, morto sei mesi dopo la scomparsa dello stesso Vincent. Un titolo dietro al quale si cela un mondo lontano e quasi intangibile, una sorta di dichiarazione d’amore che solamente pochi possono comprendere e emozionarsi alla sola lettura.
La storia, come detto precedentemente, è focalizzata sulle ultime settimane di vita del pittore. Armand Roulin, figlio del postino Joseph Roulin, viene incaricato dal padre di recapitare l’ultima lettera scritta da Van Gogh al fratello Theo.
Nonostante Armand non nutra interesse o stima nei confronti di quel pazzo pittore, parte alla volta di Auvers, dove verrà a conoscenza della morte di Theo.

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E’ in questo momento, quando Armand si pone il quesito di chi sia la persona più adatta a cui lasciare la lettera, che la storia assume quasi i toni di un film giallo dove il giovane Roulin, come se vestisse i panni di un detective, cerca di indagare sul decesso del pittore e se sia stato realmente un suicidio. Van Gogh, sei settimane prima l’estremo gesto, dichiarò di aver raggiunto la tranquillità tanto agognata… perché suicidarsi quindi?
E’ più plausibile, a fronte della sua dichiarazione, che qualcuno che lo ritenesse scomodo lo avesse tolto di mezzo, magari a causa di qualche screzio. Possibile?
Da qui si può notare quanto i personaggi, soprattutto Armand, non siano dinamici solamente in quanto divenuti reali grazie al team di artisti scelti: il giovane Roulin da parte totalmente disinteressata ai fatti e scettico nel riconoscere in Van Gogh un animo sensibile e un vero artista, cresce con il procedere delle sue indagini mutando le opinioni avute in precedenza sul pittore e prendendo a cuore le motivazioni che aleggiano attorno alla sua morte. Da qui la dinamicità che collega arte e sentimento.
La bellezza creata da Dorota Kobiela, oltre che visiva e alla scelta di un soundtrack emozionante (Starry Starry Night di Lianne La Havas), sta nella ricerca dei particolari. Infatti, Armand Roulin e tutti i personaggi dai quali egli si reca per indagare, sono realmente esistiti e tutti vengono introdotti in scena nella stessa posa in cui lo stesso Van Gogh li dipinse; da Adeline Ravoux al dottor Gachet.

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Se con il procedere della storia rimaniamo incantati dall’animazione ad olio dei paesaggi e personaggi, l’incanto fa spazio anche all’angoscia e alla malinconia durante i flash back portati in scena dalle testimonianze raccolte da Armand Roulin.
Per queste sequenze, Kobiela e Welchman decidono di optare per la tecnica rotoscopica, utilizzata principalmente con i cartoni animati, in cui le figure umane risultano realistiche in quanto “ricalcate” sui fotogrammi girati durante il live action.
«Sono i momenti e gli avvenimenti – spiega ancora Dorota Kobiela – che Van Gogh non ha dipinto e quindi coerentemente il film non ce li mostra attraverso il suo sguardo colorato.»
Ho visto Loving Vincent tre giorni fa, ma ancora oggi sento le sensazioni che mi ha provocato e che il tempo difficilmente riuscirà a cancellare; l’ammirazione che ho nei confronti di quest’uomo cresce sempre più man mano che aggiungo particolari documentandomi sulla sua vita.
Ho trovato importante come il film si focalizzi principalmente su Vincent come persona, com’era visto dai cittadini e colleghi pittori a lui contemporanei e su come l’arte fosse un’estensione della sua anima. Si concentra su come questo suo rapporto con la pittura fosse totalmente incompreso dalle persone e su come venne additato come pazzo per via di questa incomprensione.
E’ un omaggio all’arte e allo stesso Van Gogh, un film che scala decisamente la mia personale classifica cinematografica. Un’opera d’arte e a mio parere l’omaggio più significativo dedicato a un uomo che finalmente è compreso e amato, la cui arte sarà immortale.
Le giornate al cinema dedicate a questa pellicola, ormai sono terminate ma semmai (e prego vivamente di sì) ne faranno un DVD vi invito a reperirlo il prima possibile.
Lo dobbiamo a quello strano uomo che ancora oggi ci fa sognare con la sua arte e con il suo amore per la vita.

voto: 5

Loving,
Pluffa

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Starry Starry Night – Lianne La Havas

Now I understand
what you tried to say to mevincent-robert-glyaczk-in-colour

how you suffered for your sanity
how you tried to set them free
they would not listen they did not know how perhaps they’ll listen now

For they could not love you
but still your love was true
and when no hope was left in sight
on that starry, starry night
you took your life as lovers often do
but I could have told you Vincent
this world was never meant for one as
beautiful as you

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